giovedì 6 ottobre 2011
Grandi nomi e un nuovo sito per il 2012
lunedì 20 giugno 2011
TBF: tutta un'altra musica, parola di Andrea Castelli
La realtà nello "sguardo di mezzo" di Carmine Abate
“Vivere per addizione e altri viaggi” Carmine Abate dialoga con Carlo Martinelli
di Tiziana Tomasini
Era nell’aria. L’acquazzone annunciato si è rovesciato sul Trentino Book Festival di Caldonazzo con notevole intensità. Niente paura. L’incontro è in programma al coperto, nel caseificio di viale Stazione, alle ore 20.00. Alcuni prendono posto in sala con notevole anticipo, già dalle 19.30; nella libreria TBF la colonna dei libri di Carmine Abate (la cui produzione letteraria è inclusa nella Piccola Biblioteca Oscar Mondadori) sta calando vertiginosamente.
Se SuperMario fa sul serio
Balenghi e sognatori in Località Pineta
domenica 19 giugno 2011
Farsi insegnare da chi l'italiano non lo sa
Giancarlo Narciso e Tersite Rossi: lo scrittore e la critica sociale
Mattia Maistri, una delle due metà di Tersite Rossi, avverte il rischio che «con l'eBook anche il libro possa diventare un prodotto usa e getta, con un rischio zapping televisivo che svilirebbe il prodotto». Narciso rilancia l'eBook sostenendo che «un libro ha una vita di scaffale di 6 mesi, con l'eBook si allungherebbe la vita».
Nel futuro letterario di Narciso c'è un libro divertente sull'orso assassino in Trentino, mentre con «Other side», libro di mezzo tra «Solo fango» e la nuova creazione, «sono tornato ad essere quello che sono, uno scrittore di «intrattenimento commerciale»».
Tersite Rossi sta invece preparando un giallo fantapolitico, «un monito - ricorda Marco Niro - per andare al di là dei facili entusiasmi e guardare con più attenzione a ciò che si muove sottotraccia».
Certi che non v'è certezza, se non nella parola
Stieg Larsson, un amico su cui contare
sabato 18 giugno 2011
Mauro Corona raddrizza il mondo
Il Trentino, che bella storia
Venti testi come lampi, brevi quanto possono esserlo dei racconti, ma capaci di risvegliare chiunque confidi troppo nell'instabile cielo estivo che in un attimo si rannuvola, proprio come in questo tardo pomeriggio di sabato 18 giugno in cui Federica Ricci Garotti, docente di Linguistica presso l'Università di Trento introduce i "Racconti dal Trentino" (2011, Curcu & Genovese). L'autore è notissimo al pubblico locale che riceve senza alcuno stupore le notizie che Ricci Garotti comunica in ordine alla qualità ma anche all'originalità della scrittura di Renzo Francescotti. Che lapidario glossa "non per caso è Federica a presentare oggi il mio libro; è una donna straordinariamente intelligente". Lo spiega anche, di essere uno scrittore eclettico, esploratore di diversi generi in letteratura, ma già lo aveva rivelato il suo sguardo e la sua garbata, puntuale ironia. Mentre Ricci Garotti procede alla disamina scientifica dei venti racconti contenuti nell'antologia, mettendo in luce originalità della scrittura e delle soluzioni narrative, Francescotti produce un divertente controcanto da cui emerge il disappunto per non essere mai stato "invitato" in qualità di scrittore a Cles, sua città natale e per la ferita mai rimarginata di certi dispettucci subiti nell'infanzia da parte di tale zio Marcellino, alias il detestabile Zio Serafino di uno dei racconti. Nel lavoro di Francescotti ha tanta parte l'effervescente personalità quanto la consapevolezza autorale, e dalla mediazione tra la lettura di Ricci Garotti e interventi di Francescotti che usa intelligentemente la memoria e il tema dell'affezione ai luoghi delle proprie origini, che viene costruendosi un ritratto interessante. Non soltanto di un autore, ma di un intero mondo che si consegna a noi attraverso le parole e la narrazione.
Herta e l'uomo che vuol bene ai libri
Un mare d'inchiostro per il Corsaro Nero
Chi era mai Emilio di Roccanera signore di Ventimiglia, passato alla storia come il "Corsaro Nero", impegnato in una sanguinosa lotta con il fiammingo Wan Guld, reo di aver fatto assassinare ben tre suoi fratelli, tra cui Il Corsaro Verde ed il Corsaro Rosso? Chi, si sono chieste a Sillabaria- Scritture di Donne, se non la proiezione del suo omonimo e fantasioso autore, Emilio Salgari da Verona di cui ricorre quest'anno il centenario della morte? I tratti biografici di quest'impareggiabile rappresentante del genere avventuroso rivelano che egli non fu mai nei luoghi in cui si ambientano le sue narrazioni, che non fu mai capitano di marina - titolo del quale si fregiava, tuttavia, come avrebbe desiderato. Non importa, a giudicare dai risultati e dai testi su cui il gruppo guidato da Donata Zoe Zerbinati si è concentrato, producendone una rilettura affascinante, con 11 testi che - come appare alla lettura che se ne tiene nel pomeriggio di sabato 18 - sono altrettante rielaborazioni, in diversa chiave temporale o contestuale, dei temi cari a Salgari e a tutti i suoi lettori appassionati: l'esotismo, l'avventura, il coraggio, gli intrighi di potere, la vendetta.
Yaku, adesso è l'ora della svolta!
Sapori e aromi nella scrittura di Negri e Deiana
venerdì 17 giugno 2011
Per Nanda tutti ben svegli sulla collina
Se la letteratura sposa la storia: c'è Sartori al TBF
Stati e storie di famiglia con Isabella Bossi Fedrigotti
Benvenuti! E si va a cominciare
giovedì 16 giugno 2011
Ecco una storia: vivila, leggila
da Comunicazione TBF 2011
Si sa, l'inaugurazione ufficiale è attesa, qui a Caldonazzo, per il pomeriggio di domani ma provate a tenere freno la voglia di ascoltare racconti, toccare, guardare pagine colorate! Ecco quindi che a dare il migliore augurio al Trentino Book Festival è una pionieristica e assai vivace squadra dei meno smaliziati e più appassionati cultori del libro. Visionata palmo per palmo la mostra che in seno al Progetto "Nati per Leggere" è da ieri allestita nella Sala Marchesoni di Casa Boghi, i piccoli della scuola materna di Caldonazzo hanno molto apprezzato la lettura animata l'animazione offerta dalle insegnanti e hanno poi accolto entusiasticamente l'invito ad aprire con i libri una relazione di amicizia dalla quale aspettarsi molto. Così, dopo aver assistito anche noi al mimo della storia di Buio che-non-vuol-più-far-paura-al-mondo, aver colto sguardi dapprima assorti e sognanti ma poi rivolti con curiosità alle pagine scritte, ci siamo ritirati in punta di piedi. E restiamo ad attendervi, puntuali, per tre giorni di emozioni e scoperte.
mercoledì 15 giugno 2011
Antoniacomi: "Scrivere per lasciar accadere la vita"
La scrittura è un esperimento, un'espressione tutta umana del pensiero che gli dà sostanza legandolo, attraverso gli espedienti del narrare, alla realtà. Così agisce sul mondo, stimolandone il progresso, facendone il migliore dei posti possibili. Tra lucida analisi e ineffabile piacere del volo inventivo, Giorgio Antoniacomi incontra il Trentino Book Festival.
Viaggiando tra diverse dimensioni del tempo, lei incontra tanti personaggi e ne segue le storie. Ma cosa La motiva, poi, nel trasferire tutto alla pagina scritta?
La verità è che non lo so. Pensandoci, quello che ho scritto finora è stato come un bisogno di superare la tendenza, che mi è molto connaturata, quasi compulsiva, ad analizzare, a scomporre la vita in elementi costitutivi; e di superarla, appunto, raccontando. Per me raccontare situazioni cruciali della mia vita, così come relazioni necessarie, è stato un modo, in fondo, per riappropriarmi della mia stessa vita. Per lasciarla accadere.
Dalle scienze sociali al management urbano. La seconda scelta perfeziona e realizza la prima?
Sì. In effetti, già da giovane, quando studiavo, pensavo che "da grande" avrei voluto occuparmi del futuro delle città. Quello che è successo è che ho "semplicemente" avuto la fortuna di poterlo fare.
Ha affermato che il suo mestiere l’avvicina a conoscere l’anima delle città. Complessa e stratificato quanto quella umana, immagino.
Le città sono una delle grandi istituzioni dell'umanità, assieme al diritto, alla famiglia, alla religione, alla matematica. Sono un'espressione di ciò che è compiutamente umano: e dunque sono fatte di intenzionalità e di casualità, di speranze realizzate e di errori. Come diceva La Pira, "non sono cumuli di pietre, più o meni occasionali o pianificati: sono misteriose abitazioni di uomini".
La narrativa: un incontro intenzionale, tardivo e non programmato. Ci racconti.
Io scrivo, si può dire da sempre, per mestiere. Avevo un conto da saldare con me stesso: quello di scrivere "e basta", senza dover redigere un progetto, un piano, un articolo, un provvedimento amministrativo: insomma, scrivere semplicemente per raccontare. Ero convinto che mi mancassero l'ispirazione o il soggetto. Che fosse in qualche modo questa la mia condanna. Poi la cosa, anche questa volta, si è verificata da sola: non ho cercato spunti o pretesti per raccontare: quello che ho scritto è venuto fuori da solo. Per questo credo che non avrei potuto nemmeno scrivere diversamente. A parte qualche refuso, non cambierei una riga di quello che ho scritto. La sola differenza fra il primo libro e il secondo sta nella cifra della scrittura: nel primo caso è una scrittura volutamente cerebrale, che chiede al lettore una certa complicità (magari anche quella di tornare su una pagina per due o tre volte); nel secondo direi che la parola scorre via più facilmente. Confesso che il secondo libro l'ho scritto anche pensando a chi lo avrebbe letto.
Se la letteratura è la madre di tutte le culture, quali altre relazioni di parentela ravvisa con altre espressioni dell’intelletto e dello spirito?
In principio era il pensiero. E basta. Poi la tendenza tutta umana a classificare ci ha rovinato la festa, nel senso che abbiamo introdotto distinzioni (fra cultura scientifica e cultura umanistica, ad esempio) delle quali siamo prigionieri. Non credo proprio che, per fare un lavoro scientifico, non serva creatività, così come non credo che, per fare una traduzione dal latino, si possa fare a meno di un rigore faticosamente costruito. Credo però che la letteratura rimanga al principio e alla fine: perché qualunque cosa facciamo - che sia prefigurare il futuro di una città, costruire una relazione umana, ritrovare il senso delle cose, guardare al nostro mondo interiore - non è altro che la costruzione di una narrazione.
KELLER EDITORE PRESENTA IL NUOVO LIBRO DI HERTA MÜLLER
In dialogo con Carlo Martinelli, l'editore Roveretano Roberto Keller racconta la sua esperienza nel mondo dell'editoria e presenta in anteprima nazionale il nuovo libro del Premio Nobel per la Letteratura 2009.
Si intitola “Il re s'inchina e uccide” il nuovo libro del Nobel Herta Müller che la piccola casa editrice trentina è riuscita ad assicurarsi. Con grande onore, infatti, la Keller editore torna a pubblicare un libro di Herta Müller. Un ritorno sperato quello della scrittrice rumena di lingua tedesca sotto il marchio K che si concretizza con due pubblicazioni previste rispettivamente per giugno 2011 e per il 2012.
martedì 14 giugno 2011
Affinati: "Dentro le nostre parole i grandi del passato"
Parlerà con noi di tradizione e innovazione; del loro confrontarsi e fondersi nel magico crogiuolo del discorso letterario. L'anima di un viaggiatore, insegnante e scrittore, di un uomo legato alla parola come si è legati a una madre, farà sosta tra breve al nostro Festival e tra noi. Ma prima Eraldo Affinati ci ha regalato qualche preziosa anticipazione.
Penny Wirton è poco meno che un ragazzo e ha sole tre cose: un vestito giallo, una madre che fa nascere i bambini e un padre al cimitero sulla collina. A questo personaggio nato dalla fantasia di Silvio D’Arzo (nom de plume del reggiano Ezio Comparoni) è stato dedicato un progetto educativo. Ci racconti.
Io mi sono laureato su Silvio D'Arzo e mia moglie, Anna Luce Lenzi, è una delle studiose più accreditate del grande scrittore reggiano. Così, quando abbiamo dovuto dare un nome alla nostra associazione di insegnanti di lingua italiana agli stranieri, è stato naturale chiamarla Penny Wirton. Ci basiamo sul rapporto diretto, a tu per tu, fra docente e allievo. Non facciamo gruppi classe. I nostri studenti sono spesso orfani com'era Penny, questo indimenticabile personaggio darziano, e, dopo alterne vicissitudini, allo stesso modo, imparando la nostra lingua, ritrovano la loro dignità. Noi della Penny Wirton siamo tutti volontari. Uomini e donne, giovani e adulti. Nasciamo a Roma, ma ci stiamo diffondendo in varie parti d' Italia: Calabria, Torino. Per noi la città di Trento è molto importante perché la consideriamo uno dei cuori storici e pulsanti dell'Italia più bella. Siamo grati agli amici del Margine che hanno appena pubblicato il libro della Penny Wirton, intitolato "Italiani anche noi" dove abbiamo raccolto, in venticinque lezioni, gli esercizi di apprendimento scaturiti dall'esperienza diretta. Nel libro, illustrato da Emma Lenzi, ci sono anche venticinque miei brevi racconti inediti, per invogliare alla lettura i più bravi.
"Ed io compio davvero insieme a loro, senza pagare il biglietto, il giro del mondo in aula". Questo il suo eloquente feed back sull’attività dell’insegnamento, ovvero del "viaggiare" ad ogni costo.
Viaggiare per me significa ritrovare le radici. Conquistare una coralità. Uscire dall'individualismo. Esporsi. Mettersi in gioco. Sporcarsi le mani. Prendere posizione. Ho cominciato ad insegnare l'italiano ai minorenni non accompagnati della Città dei Ragazzi, la famosa comunità educativa fondata da monsignor Carroll-Abbing alle porte di Roma nel secondo dopoguerra. Questa struttura, che ospita un Istituto Professionale di Stato, il "Carlo Cattaneo", dove io continuo ad insegnare, si basa sull'autogoverno degli stessi adolescenti i quali eleggono il sindaco, battono una moneta locale, imparano la democazia e cercano di esercitare una propria responsabilità. Ognuno arriva da un mondo diverso: Alì dall'Egitto, Mohamed dall'Afghanistan, Ivan dall'Ucraina, Joseph dal Camerun, Francisca dalla Columbia… Quando li guardi negli occhi e loro ti raccontano le storie da cui provengono, capisci che la Terra ha la febbre alta e ognuno di noi deve tentare, a modo suo, di far scendere la temperatura.
Chi sono i "nuovi italiani" e quale funzione attribuisce all’insegnamento della nostra lingua ai fini dell’integrazione? Lo spirito volontaristico degli insegnanti della Penny Wirton è certo d’aiuto nell’aggirare alcuni ostacoli. Ma resta la minaccia dell’intolleranza, che in alcune parti politiche è stata addirittura ostentata in anni recenti.
I nuovi italiani sono il nostro sangue anche se ancora stentiamo a rendercene conto. La lingua è decisiva per favorire l'integrazione perché, attraverso di essa, comunichiamo agli altri il pensiero e la tradizione. I grandi scrittori del passato sono dentro le nostre parole. Se non ci fosse stato Petrarca, avremmo un'altra idea dell'amore. Il sentimento del bene comune è stato modellato da Foscolo e Manzoni. Quando pensiamo alla fratellanza, è come se Ungaretti ci desse la spinta per farlo. L'intolleranza nasce dalla paura, dalla fragilità, dall'ignoranza, dall'atrofia spirituale. Ecco perché il ruolo della scuola pubblica resta essenziale. Penny Wirton vorrebbe far capolino nelle nostre aule per insegnare lo spirito della Città dei Ragazzi: rispetto, amicizia, allegria e, perché no, concentrazione.
"Ero sull'Ortigara, là dove il tenente Emilio Lussu aveva combattuto (…) anche per affermare una certa idea dell'Italia e, percorrendo insieme al vecchio sergente, maestro di vita e letteratura, le creste dei monti ancora segnate dalle trincee, misuravo la distanza fra ciò che avremmo potuto essere e quello che siamo diventati". Così l’incontro con Mario Rigoni Stern, ben noto in Valsugana. Come descrivere quella certa idea d’Italia?
"Il grande vecio di Asiago mi ha insegnato tante cose, ma soprattutto una la conserverò per sempre dentro di me: al mondo siamo tutti paesani. Secondo lui, io ero un paesano di città. Mario Rigoni Stern sapeva che esiste una dimensione comune nella quale ci si può capire: il bene e il male, la fedeltà e il tradimento, gli affetti e il rancore, la voglia di essere se stessi e la consapevolezza della finitudine. Per attraversare questi territori non c'è bisogno di timbrare il passaporto. Si fa come gli uccelli in volo, oppure come Tönle, protagonista dell'omonimo romanzo, che dalla Valsugana raggiungeva Praga a piedi eludendo le frontiere. L'Italia deve recuperare questo spirito di tolleranza, senza illudersi di poter eliminare i conflitti.
Secondo le proiezioni sarà compito degli immigrati rialzare il tasso della natalità nel nostro Paese. Crede che potranno modificare anche gli scoraggianti dati nazionali a riguardo della lettura?
Lo scorso 17 marzo, per festeggiare a modo mio l'anniversario dell'unità nazionale, ho chiamato gli studenti della Penny Wirton a declamare alcuni celebri versi della letteratura italiana. Ascoltare il cantico delle creature di San Francesco letto da una ragazza filippina, una terzina dantesca sillabata da un giovane nigeriano, è stato splendido. 'Che fai tu, luna, in ciel, dimmi, che fai?': questo verso di Leopardi, in bocca a un afghano, etnia azara, credetemi, riprende vita, forza, intensità. Un giorno gli immigrati potrebbero farci riscoprire la nostra stessa tradizione.
lunedì 13 giugno 2011
Bossi Fedrigotti: "La scrittura, mio lavoro e mia vita"
Per una scrittrice direi che non importa dove vive. tanto quel che scrive se lo devo cavare dal cuore. Per una giornalista può invece essere importante avere due luoghi di riferimento, in quanto l'uno e l'altro si riescono a comprendere meglio anche con il distacco della lontananza.
Prima di tutto la scrittura è la mia professione, il mio lavoro e, in fin dei conti, anche la mia vita. La scrittura, come , del resto, la lettura, bonifica l'uomo e, a volte, gli salva la vita. Serve a sapere chi sei, ricordarti da dove vieni, a volte anche a intravedere la strada dove vai. Ed è un potentissimo mezzo di comunicazione, ovviamente.
Il giornalismo mi ha tolto la paura della pagina bianca, mi ha insegnato a scrivere in mezzo al chiasso senza lasciarmi disturbare e costituisce l'esercizio quotidiano di scrittura per la lunga maratona letteraria necessaria per un romanzo. La scrittura letteraria mi ha, invece, dato l'abitudine, importantissima per il giornalismo, di scavare dentro di me per trovare le ragioni dei fatti.
Il "mio" libro è "Magazzino vita", che parla della mia casa. È il più triste ma anche quello al quale avevo pensato da sempre.
È nata dalla lettura di quell’epistolario. Che peraltro ho poi rielaborato secondo le mie corde...
Andrea Castelli: "So benissimo dov’è il Teatro!"
domenica 12 giugno 2011
Trentino Book Festival. Speciale Rai Regione > 12 giugno 2011
Con interviste a: Pino Loperfido, Roberto Keller, Mauro Corona, Francesca Negri, Carmine Abate, Carlo Martinelli, Giorgio Schmidt, Sindaco di Caldonazzo. Regia di Giorgio Balducci.
Una questione di principio: in principio era il Libro
A pochissimi giorni dal debutto del Trentino Book Festival, mentre sono già state inaugurate le mostre dedicate a Guareschi e al pittore Luigi Prati Marzari, abbiamo scambiato qualche parola con Pino Loperfido. Ecco come il direttore artistico, nonché ideatore della manifestazione, ne illustra caratteristiche e prospettive.
Lei somiglia a un "operatore culturale" come lo erano certi editori cinquecenteschi. La cura minuziosa del testo pronto a circolare, il pregio di carte e rilegatura è un magnifico biglietto da visita. Ma prima l’editore aveva trovato il talento, o aveva colto una segnalazione corretta, dedicando tempo e intuizione all’ambiente in cui viveva. Di che tipo di cultura abbiamo bisogno oggi e come può un’iniziativa, una Rassegna letteraria, rispondere a questo bisogno?
Quando Aldo Manuzio rincorre Baldassar Castiglione per mezza Europa è animato certamente da qualcosa in più di una semplice passione commerciale o lavorativa. La ricerca che lo porterà all'invenzione del "tascabile" è lunga e precisa al limite della pignoleria. Quello che Manuzio aveva colto – ma è un parere puramente personale – era la necessità che la cultura andasse per la sua strada naturale, senza più condizionamenti sociali o religiosi.
sabato 11 giugno 2011
Trentino Book Festival, inaugurate le mostre
Già aperte ai visitatori due delle tre esposizioni ospitate dalla manifestazione

Prosegue il cammino verso il giorno dell’inaugurazione (venerdì 17 giugno 2011) per il Trentino Book Festival , festa del libro e della letteratura madre di tutte le culture, in un’articolata offerta che apre a diverse espressioni artistiche (musica, pittura) e ad una riflessione sulle potenzialità del territorio.
venerdì 10 giugno 2011
Presentazione ufficiale > Trento 9 giugno 2011
“Le nostre vite sono fatte di storie”. E' questo lo slogan del primo Trentino Book Festival in programma a Caldonazzo dal 17 al 19 giugno 2011. Vuole essere qualcosa in più di un festival letterario ma un luogo dove scrittori, filosofi, giornalisti, poeti, artisti conquistano un palco ideale dove non esistono differenze di ruolo o di potere editoriale, ma dove risuonano parole e storie. Il 9 giugno, nella sede della Provincia, in piazza Dante, la presentazione con Franco Panizza, assessore provinciale alla cultura; Giorgio Schmidt, sindaco di Caldonazzo; Pino Loperfido, ideatore e direttore artistico della manifestazione; Massimo Oss, dell'Apt Valsugana; Patrizia Montermini, vicepresidente della Cassa Rurale di Caldonazzo.
venerdì 3 giugno 2011
Segui il TBF sul tuo cellulare: le apps di pensareit
L'applicazione è disponibile per IPhone e smartphone Android, e scaricabile gratuitamente da AppStore e Android Market, ricercabile con la chiave “trentino book festival”.
Le funzionalità integrate di Realtà Aumentata sono basate sulla piattaforma Layar, scaricarla gratuitamente dai relativi App Store se non presente sul cellulare, e compatibili con la versione 5.0.2 del client Layar o successive.
La videata iniziale dell'app permette di scegliere se visualizzare le informazioni relative al Programma, ai Protagonisti o ai Luoghi del Festival.
venerdì 27 maggio 2011
In anteprima europea il nuovo libro di Herta Müller

Un Premio Nobel nello sguardo del… suo editore
Quando Roberto Keller scommise sul talento di Herta Müller. E fece benissimo!
Le vite di Herta Müller (1953, Niţchidorf, Romania) che dopo aver perduto il proprio lavoro di traduttrice del tedesco per il rifiuto di collaborare con la polizia segreta del regime di Ceausescu e di Roberto Keller (Rovereto, Trento), fondatore nel 2005 della Keller Editore, s’incrociano nel 2009 in una telefonata che segna per entrambi il principio di un fortunato “sconvolgimento” professionale.
Ne conosceremo tutti i particolari in diretta, dal racconto in viva voce di Keller, che incontra il pubblico
sabato 18 giugno 2011 alle ore 17
presso il Blue Coffee in Viale della Stazione a Caldonazzo (Trento)
Conosceremo dunque dalle parole di un piccolo editore dal grande fiuto le molte sfaccettature della personalità della più importante scrittrice vivente in lingua tedesca (Müller appartiene alla minoranza germanofona del Banato rumeno), che ha lasciato il suo paese nel 1987 per andare a vivere in Germania insieme al marito, lo scrittore Richard Wagner.
Il libro tradotto in italiano da Keller è “Il paese delle prugne verdi”, cui si è recentemente aggiunto “Il Re s'inchina e uccide” È stato ristampato anche in viaggio su una gamba sola (edito da Marsilio nel ‘92). Tra i suoi romanzi più famosi all’estero (in Italia non è stato ancora pubblicato) c’è “The appointment”: la storia di una ragazza che, sotto Ceausescu, lavora in una fabbrica di vestiti da uomo destinati ai negozi italiani. E, dentro le giacche e le tasche, cuce un messaggio: “Sposami!”.
IIl Nobel assegnato nel 2009 alla “cronista della vita quotidiana sotto la dittatura” ne riconobbe “la concentrazione poetica” e “la concretezza” della prosa, come si legge nella motivazione: Herta Müller ha saputo raccontare “i paesaggi dell'esilio”, la vita del “senzapatria”. E chiunque viva sotto una dittatura è senzapatria, tanto più se nato all'interno di una minoranza oppressa quale furono, e probabilmente sono, i tedeschi del Banato Svevo divenuti romeni dopo la Seconda guerra mondiale.
giovedì 26 maggio 2011
Eraldo Affinati: “Italiani come noi”
Lo sanno perfettamente gli insegnanti che nelle scuole Penny Wirton si mettono volontariamente a disposizione di chi comincia da zero l’esplorazione della nostra lingua. In una conversazione con Tiziana Tomasini, giornalista, sarà lo stesso Eraldo Affinati, autore, a parlarci delle storie dei “nuovi italiani”, presentando
“Italiani anche noi”
Manuale di lingua italiana per stranieri (e non solo)
domenica 19 giugno alle ore 16
in Piazzetta alla Fonte a Caldonazzo (Trento)
un lavoro in cui il tema dell'apprendimento della lingua seconda, e del senso di una nuova appartenza, è al centro di venticinque racconti, cui hanno collaborato Anna Luce Lenzi, insegnante e autrice di testi e antologie scolastiche, ed Emma Lenzi, cui si devono disegni capaci di catalizzare l'attenzione degli studenti.
sabato 14 maggio 2011
Anche il Mibac sostiene il Trentino Book Festival
sabato 7 maggio 2011
TBF Junior: dedicato ai più piccoli
La mattina dopo, domenica 19 giugno (10.45 Sala Marchesoni, Casa Boghi) ai piccoli lettori viene offerto un interessantissimo Laboratorio di illustrazioni in cui potranno sperimentare la gioia di creare i propri libri in compagnia dell’illustratore Gek Tessaro.
Naturalmente, imperdibile, dal 16 al 23 giugno (Sala Marchesoni, Casa Boghi) la mostra Nati per leggere. Si tratta di un importante progetto nazionale che vuole diffondere tra i genitori l’abitudine di leggere ad alta voce ai propri figli fin dai primi anni di vita. La mostra allestita nell’affascinante cornice delle scenografie create da Nora Veneri riunisce 235 libri per l’infanzia organizzati in 16 percorsi.
domenica 24 aprile 2011
“Dormono tutti sulla collina”: per Nanda Pivano
Nel 1930 Cesare Pavese, assetato di 'conoscenza' e sempre alla ricerca di nuove realtà, si fa mandare dagli Stati Uniti la ‘Spoon River Anthology’ di Edgar Lee Masters.
Qualche anno dopo Fernanda Pivano, la ragazza allora allieva di Pavese che avrebbe poi portato in Italia e tradotto i più grandi autori della nuova cultura americana, riceve il libro. E inizia a tradurlo. Quasi per sfida. Quasi per gioco. E se ne innamora perdutamente. Si innamora di 'quel ragazzo a cui l'anima volò via', e all'insaputa del suo maestro lo traduce.
Una storia bellissima che non può che avere come trama musicale la trasposizione della stessa Antologia di Spoon River ad opera di uno dei più grandi musicisti italiani, Fabrizio De Andrè.
‘Non al denaro, non all'amore, né al cielo’, la poetica e affascinante trasposizione musicale di alcune poesie dell'immensa opera di Masters. Un matto, un medico, un chimico, un blasfemo, un ottico, un giudice, un malato di cuore, e infine il suonatore Jones riprendono vita nell'opera di De André. Degna colonna sonora a questa storia che parla di sogni, di meraviglie, di sofferenze, di coraggio.
VIVERE PER ADDIZIONE nelle TERRE DI ANDATA
Yaku: "la visione dell'acqua" in un libro
All’indomani del referendum, una riflessione ampia su quello che sta dietro una lotta in difesa di un bene comune prezioso e trasversale come l'acqua. La campagna referendaria italiana contro la privatizzazione dei servizi idrici nasce da lontano, nel 2003. Lungo il suo percorso ha agglomerato visioni e forze sociali inizialmente molto differenti fra loro. Ed è andata oltre la mera elaborazione sociale, economica e politica insita in una battaglia civile. L'acqua fa risuonare dentro corde che credevamo ferme. Ed ha in sè un seme rivoluzionario che ci obbliga a mettere in discussione il tempo in cui viviamo. In Trentino, l'acqua ritorna ad evocare il mondo montano nel quale la nostra cultura alpina ha radici, un mondo magico e aspro che pensiamo di avere domato e definitivamente sottomesso. L’incontro sarà condotto dal giornalista de “l’Adige” Renzo Maria Grosselli.
lunedì 4 aprile 2011
Lorenzo Da Ponte, non solo Amadeus
Il monologo è stato scritto da Pino Loperfido – che è anche ideatore del TBF. Nel «Cuoco di Mozart», dice Loperfido, Da Ponte viene «calato nella nostra contemporaneità ipertecnologica e depressa, nella quale, ne siamo sicuri, si sarebbe trovato a meraviglia». Quella con Mozart, fu «una collaborazione magica, rara», ma non esaurì la sua vita. Da Ponte scrisse più di trenta libretti d’opera, ma anche fini componimenti poetici, oltre al volume delle memorie. Conobbe Foscolo, Casanova, Mozart, gli imperatori Giuseppe e Leopoldo, diffuse l’opera lirica e la letteratura italiana in America, si conquistò l’onore dei grandi e a cacciarsi frequentemente nei guai. Insomma, «genio e avventuriero sono le parole che lo spiegano meglio»
venerdì 18 marzo 2011
Libri, vino e cucina: tra sensualità e humour
Prendete un romanzo chick lit che parla di vino e cibo in chiave femminile, un Sex & the city declinato in chiave enogastronomica. Aggiungeteci un libro di cucina inedito in cui trovare dalla ricetta scritta in stile romanzo erotico a quella buttata giù in terzine dantesche, dalla ricetta stile noir anni ’50 a quella scritta come una canzone di Paolo Conte.
lunedì 28 febbraio 2011
Giacomo Sartori racconta la tragedia di Galeazzo Ciano
Giacomo Sartori, nato nel 1958, è agronomo, e vive tra Trento e Parigi. Vediamo cosa dice di questa sua ultima fatica: “In passato ho voluto scrivere un romanzo sulle ultime fasi della malattia di mio padre, sulla sua agonia. Mi sono quindi messo all’opera. Prima ancora che me ne rendessi conto il testo mi ha però preso per mano, conducendomi molto indietro, in plaghe dove non avevo pianificato di avventurarmi. Incurante della mia costernazione me ne ha mostrate i recessi meno presentabili, ha preteso che prendessi nota di quello che vedevo. Non c’era niente da fare, non mollava la mia mano: dovevo stare lì, dovevo liberarmi dei filtri abituali con i quali interpretavo il mio mondo. Per capire qualcosa del paesaggio inospitale dove mi trovavo, costellato di canzoni patriottiche e motti ideologici e camice nere, mi sono dovuto documentare sul fascismo, del quale sapevo molto poco. Un vero lavorone, che mi ha permesso però di penetrare nel tempio segreto del mio genitore: molte di quelle che pensavo essere particolarità del suo carattere, scoprivo, erano in realtà riverberi più o meno diretti e più o meno vividi della sua epoca. Del resto quel suo universo nero, constatavo, mi aveva in realtà irrimediabilmente contagiato, beninteso senza che me ne rendessi conto: le reazioni erano germinate in me come malattie non ancora diagnosticate, vere e proprie bombe a effetto ritardato. Nel romanzo s’è insomma incistato quel passato ormai desueto che gettava una luce implacabile, come un sole ostinato che tardi a tramontare, non solo su mio padre morente, ma anche su me stesso. Ho dovuto parlare – cosa ancora più remota dai piani iniziali – di me.
Documentandomi sul fascismo mi sono imbattuto in quella tragedia nazionale che è l’esecuzione di Galeazzo Ciano. Mussolini, il dittatore senescente e ormai schiavo dei frutti mortiferi delle sue malefatte, lascia condannare a morte, con l’accusa di averlo tradito, il marito della figlia preferita, con la quale ha avuto fin dall’inizio un legame selvaggio e pavido. Come in una tragedia raciniana il genero non può fare niente per evitare la morte che sente avvicinarsi, nessuno può fare nulla per scongiurarla. Nemmeno Edda Mussolini, che si batte con unghiate di pantera ferita, scoprendo in lei quel ruolo di moglie devota mai abitato in precedenza, e nemmeno la giovane spia che i tedeschi gli hanno affiancato, e tosto caduta nella rete del suo charme (avviando un doppio gioco che le fa rischiare ogni giorno la pelle). Lui non è uno stinco di santo, ha anzi colpe tetragone e raccapriccianti, e fino all’ultimo sfoggia con baldanza la sua alterigia e la sua irresponsabilità, però sul finire in lui germina anche una timida e scontrosa grandezza, e muore degnamente. Hanno previsto di fucilarlo alle spalle, come si deve a un traditore, ma lui all’ultimo momento si volta, guarda in faccia chi gli spara. L’esecuzione si svolge all’italiana, e quindi nessuno dei condannati è ucciso dalle approssimate raffiche del plotone, e dopo concitate confabulazioni vengono sparati altri colpi, e poi si passa a un trattamento individuale alla tempia, e per finire ci vuole qualche ulteriore pistolettata per pacare gli ultimi sussulti. Una scena da macelleria, ha commentato un testimone pur ben svezzato alle carneficine naziste.
Questo dramma incastonato nel più vasto dramma nazionale mi ha soggiogato fin dal primo momento. Per convincermi a raccontarlo le ha usate tutte, ma proprio tutte, sussurrandomi fra le altre cose che nessun altro aveva osato farlo, che era pane per i miei denti, che era un’occasione d’oro. Certo, queste sue lusinghe erano allettanti, ma a niente sarebbero valse se non mi avesse irretito con le sue qualità intrinseche. Insomma, l’ho scritto. Con i miei mezzi e i miei vezzi, vale a dire condensando, sposando angoli visuali bislacchi, e giocando di ellissi, al punto da rendere forse incomprensibile la vicenda. E la mia scrittura ha voluto dire la sua, recidendo ulteriormente e raggrumando, con storpiature somatiche e cinetiche degne del miglior Bacon: invece del televisivo tomo di settecento pagine che avrebbe scatenato frotte di lussuriosi editori, è venuto fuori un serrato groviglio di parole. Invece di starsene in panciolle il lettore è chiamato a collaborare e a interrogarsi. Della tarantiniana macelleria finale, tanto per fare un esempio, nel mio libro non c’è traccia. Cosa ci posso fare, così è.
Finito un libro, uno scrittore ha la tendenza a domandarsi cosa vuol dire e perché lo ha scritto. Spesso la risposta è piuttosto facile, o per lo meno le tracce a terra sono evidenti. A posteriori, per esempio, lo capisco bene perché ho scritto il romanzo su mio padre: per imparare le verità a cui accennavo qui sopra (si ha sempre tendenza a dimenticare che gli scrittori parlano in primo luogo a loro stessi). Altre volte è più arduo. Confesso che questa volta mi è quasi impossibile. Certo Galeazzo Ciano è il prototipo dell’italiano, e la sua vicenda ci dice moltissimo sul potere in Italia, a cominciare da quello attuale. E la sua tragedia è il tipico macabro colpo di testa di un paese dedito alla commedia. Ma queste sono in fondo giustificazioni esteriori, che non mi sembrano poter risvegliare, da sole, la macchina narrativa che sonnecchia in me. Un altro argomento più sottile potrebbe allora essere che io tante bassezze di Ciano le conosco nell’intimo, o comunque posso capirle. Per descrivere un personaggio occorre invischiarsi nei lacci appiccicosi dell’empatia: e io sento sulla pelle il suo barcamenarsi tra vanità e abiezione, il suo compulsivo bisogno di conferme profane e virili, la sua intelligenza fulminea ma schiava dei sentimenti più infantili, il suo avvilupparsi con ghigni di baldracca nella sua stessa bassezza, le roboanti strategie per non specchiarsi nella melanconia, le inascoltate fragilità di fanciulla della sua salute precaria, compagne delle più inscusabili crudeltà.
Per finire vorrei confessare che a quel processo mio padre c’era. Non ho potuto chiedergli dei dettagli, perché l’ho saputo solo a stesura ultimata, quando lui aveva tolto il disturbo ormai da anni, ma ora so per certo che scalpitava tra gli spettatori, pure lui ebbro di vendetta. Le attrazioni inconsce non sono mai abbastanza considerate, quando si parla di scrittura. Si scrive con le trippe e con il sangue, il sangue ereditato da chi ci ha preceduto.
Del resto non sta scritto da nessuna parte che un autore debba per forza sapere perché scrive i libri che scrive. Quando ci alziamo la mattina mica sappiamo cosa ci riserverà la giornata, e i piani che facciamo si rivelano il più delle volte fallaci, sordi alle nostre istanze più intime. Per uno scrittore un romanzo non è in fondo che una giornata che dura qualche anno, una giornata che può essere brutta o bella, che può insegnare tanto o dare invece l’impressione – peraltro sempre mendace – di avere sprecato il tempo. Quindi mi arrendo, e dichiaro formalmente che non so perché ho scritto questo romanzo che riconosco pur sempre come sangue del mio sangue.”
[questa riflessione, certo molto parziale, è apparsa sul quotidiano "Trentino" del 08.02.11]
giovedì 10 febbraio 2011
La Distilleria G. Bertagnolli amica del Trentino Book Festival
In occasione del Trentino Book Festival, verranno prodotte delle particolari confezioni da 100 ml, personalizzate con il logo del Festival, da distribuire come prezioso ricordo a scrittori e partecipanti alla kermesse letteraria.
Info: www.bertagnolli.it
venerdì 28 gennaio 2011
Roberto Keller al TBF: "...e poi è arrivata Herta"
Dopo aver lavorato da Marcos y Marcos, Keller, nel 2005, Roberto ha fondato la Keller Editore (sei collaboratori, un solo assunto: lui). Herta Müller, premio Nobel per la letteratura 2009, è nata il 17 agosto 1953 in Romania. Nei suoi lavori la scrittrice racconta la vita sotto il regime comunista di Ceausescu. Traduttrice di tedesco, nel ‘79 perde il lavoro perché si rifiuta di collaborare con la polizia segreta del regime. Ha lasciato il suo paese nel 1987 per andare a vivere in Germania insieme al marito, lo scrittore Richard Wagner. iI libro tradotto in italiano da Keller è Il paese delle prugne verdi. È stato ristampato anche in viaggio su una gamba sola (edito da Marsilio nel ‘92). Tra i suoi romanzi più famosi all’estero (in Italia non è stato ancora pubblicato) c’è The appointment: racconta la storia di una ragazza che, sotto Ceausescu, lavora in una fabbrica di vestiti da uomo destinati ai negozi italiani. E, dentro le giacche e le tasche, cuce un messaggio: “Sposami!”.
sabato 22 gennaio 2011
Il noir civile: sospesi tra la Storia e le storie
In un momento storico in cui i libri hanno ricominciato a far paura al Potere, si discuterà della loro valenza civile; di cosa una narrazione può dunque essere in grado di fare.
giovedì 13 gennaio 2011
"Il piccolo mondo di Guareschi": una mostra al Tbf
Il successo che raggiunse Giovannino Guareschi negli anni Cinquanta con le versioni cinematografiche di alcuni episodi di «Mondo piccolo» fu enorme: i personaggi di don Camillo e Peppone, rivestiti di celluloide e portati sugli schermi di tutto il inondo, diventarono i simboli di un’epoca. Questo successo forse lo avrebbe raggiunto ugualmente con i suoi libri senza l’aiuto di Cervi-Peppone e Fernandel-don Camillo, ma è indubbio che questi ne accelerarono l’arrivo abbreviando i tempi e offrendogli anche una enorme, inaspettata popolarità. Ed è proprio questa popolarità che permette oggi ai giovani e giovanissimi che lo conoscono solo grazie alla riproposta dei vecchi film in televisione, dato che critica e cultura lo hanno sempre ignorato, di provare interesse e desiderare di saperne di più su di lui.
Il «Club dei Ventitré», che vuole essere un punto di riferimento per queste persone e per tutti coloro che gli vogliono bene, ha creato questa Mostra itinerante con l’intento di offrire loro una informazione ampia e precisa su di lui e sulle sue opere. E, riconoscendo a Cervi-Peppone e a Fernandel-don Camillo il merito di avere conservato e amplificato il ricordo dell’autore per le vecchie e nuove generazioni di spettatori quando il suo nome era circondato dal silenzio ufficiale ha impostato la Mostra all’insegna del «Mondo piccolo».
Per preciso intento del «Club dei Ventitré» la Mostra deve fare tappa dovunque e, in special modo, nei piccoli centri, perché lì il «Mondo piccolo» di Guareschi è più comprensibile, grazie alla somiglianza di situazioni e personaggi che altrove, purtroppo, non esistono più.
La Mostra, all’insegna quindi del «Mondo piccolo», vuole far conoscere lo scrittore, il polemista, il disegnatore ma soprattutto l’uomo perché il suo messaggio di grande umanità, sorretto da una Fede sconfinata, e dettato da una grande simpatia per il suo prossimo, in questo mondo sempre più confuso, non può che far bene a chi lo ascolta.
La Mostra ha carattere antologico e non artistico e si compone di venti pannelli protetti da plexiglas e montati su telai in alluminio anodizzato color testa di moro opaco. I pannelli, numerati, si uniscono a due per due con cerniere che permettono loro di essere aperti a “V” ed essere quindi autoportanti. Contengono (in copia per abbassare il valore assicurativo) documenti, fotografie, ritagli, disegni con relative didascalie e legenda che documentano la vita e le opere di Giovannino Guareschi. Nel primo pannello: un minialbero genealogico con le foto dei nonni, dei genitori, del fratello e di Giovannino. Nel secondo: le foto dei genitori e dei quaderni delle elementari. Nel terzo: foto e documenti delle cooperative socialiste della Bassa, foto di Giovanni Faraboli (il prototipo di Peppone), e di Giovannino al Liceo. Nel quarto: foto, documenti e disegni del periodo parmigiano. Nel quinto e sesto: foto, documenti e disegni del periodo milanese del «Bertoldo» . Nel settimo e ottavo: foto, documenti e disegni del periodo dell’internamento militare nei Lager tedeschi. Nel nono, decimo e undicesimo: foto, documenti e disegni di Giovannino e dei suoi colleghi del primo periodo del «Candido» con le prime grandi campagne legate all’impegno civile. Nel dodicesimo, tredicesimo e quattordicesimo: foto, disegni e documenti sulla nascita letteraria di “Don Camillo” e sul suo successo internazionale. Nel quindicesimo, sedicesimo e diciassettesimo: foto di scena, documenti e disegni legati alla nascita cinematografica di “Don Camillo” e al suo strepitoso successo internazionale. Nel diciottesimo: foto, disegni e documenti legati alle due condanne per diffamazione a mezzo stampa su «Candido» di Einaudi e di De Gasperi. Nel diciannovesimo foto, documenti e disegni sulla chiusura di «Candido» e sugli ultimi lavori di Giovannino. Nel ventesimo: le ultime foto di Giovannino nel suo “Mondo piccolo”. Nei pannelli Giovannino si racconta con pezzi autobiografici.
Fanno parte della Mostra cinque gigantografie rappresentanti Giovannino e i due più famosi interpreti dei suoi personaggi in abito di scena: Fernandel e Gino Cervi. Viaggia assieme alla mostra anche il vecchio “Guzzino 65” di Giovannino.



