di Valeria Gasperi
La scrittura è un esperimento, un'espressione tutta umana del pensiero che gli dà sostanza legandolo, attraverso gli espedienti del narrare, alla realtà. Così agisce sul mondo, stimolandone il progresso, facendone il migliore dei posti possibili. Tra lucida analisi e ineffabile piacere del volo inventivo, Giorgio Antoniacomi incontra il Trentino Book Festival.
Viaggiando tra diverse dimensioni del tempo, lei incontra tanti personaggi e ne segue le storie. Ma cosa La motiva, poi, nel trasferire tutto alla pagina scritta?
La verità è che non lo so. Pensandoci, quello che ho scritto finora è stato come un bisogno di superare la tendenza, che mi è molto connaturata, quasi compulsiva, ad analizzare, a scomporre la vita in elementi costitutivi; e di superarla, appunto, raccontando. Per me raccontare situazioni cruciali della mia vita, così come relazioni necessarie, è stato un modo, in fondo, per riappropriarmi della mia stessa vita. Per lasciarla accadere.
Dalle scienze sociali al management urbano. La seconda scelta perfeziona e realizza la prima?
Sì. In effetti, già da giovane, quando studiavo, pensavo che "da grande" avrei voluto occuparmi del futuro delle città. Quello che è successo è che ho "semplicemente" avuto la fortuna di poterlo fare.
Ha affermato che il suo mestiere l’avvicina a conoscere l’anima delle città. Complessa e stratificato quanto quella umana, immagino.
Le città sono una delle grandi istituzioni dell'umanità, assieme al diritto, alla famiglia, alla religione, alla matematica. Sono un'espressione di ciò che è compiutamente umano: e dunque sono fatte di intenzionalità e di casualità, di speranze realizzate e di errori. Come diceva La Pira, "non sono cumuli di pietre, più o meni occasionali o pianificati: sono misteriose abitazioni di uomini".
La narrativa: un incontro intenzionale, tardivo e non programmato. Ci racconti.
Io scrivo, si può dire da sempre, per mestiere. Avevo un conto da saldare con me stesso: quello di scrivere "e basta", senza dover redigere un progetto, un piano, un articolo, un provvedimento amministrativo: insomma, scrivere semplicemente per raccontare. Ero convinto che mi mancassero l'ispirazione o il soggetto. Che fosse in qualche modo questa la mia condanna. Poi la cosa, anche questa volta, si è verificata da sola: non ho cercato spunti o pretesti per raccontare: quello che ho scritto è venuto fuori da solo. Per questo credo che non avrei potuto nemmeno scrivere diversamente. A parte qualche refuso, non cambierei una riga di quello che ho scritto. La sola differenza fra il primo libro e il secondo sta nella cifra della scrittura: nel primo caso è una scrittura volutamente cerebrale, che chiede al lettore una certa complicità (magari anche quella di tornare su una pagina per due o tre volte); nel secondo direi che la parola scorre via più facilmente. Confesso che il secondo libro l'ho scritto anche pensando a chi lo avrebbe letto.
Se la letteratura è la madre di tutte le culture, quali altre relazioni di parentela ravvisa con altre espressioni dell’intelletto e dello spirito?
In principio era il pensiero. E basta. Poi la tendenza tutta umana a classificare ci ha rovinato la festa, nel senso che abbiamo introdotto distinzioni (fra cultura scientifica e cultura umanistica, ad esempio) delle quali siamo prigionieri. Non credo proprio che, per fare un lavoro scientifico, non serva creatività, così come non credo che, per fare una traduzione dal latino, si possa fare a meno di un rigore faticosamente costruito. Credo però che la letteratura rimanga al principio e alla fine: perché qualunque cosa facciamo - che sia prefigurare il futuro di una città, costruire una relazione umana, ritrovare il senso delle cose, guardare al nostro mondo interiore - non è altro che la costruzione di una narrazione.