martedì 14 giugno 2011

Affinati: "Dentro le nostre parole i grandi del passato"

di Valeria Gasperi

Parlerà con noi di tradizione e innovazione; del loro confrontarsi e fondersi nel magico crogiuolo del discorso letterario. L'anima di un viaggiatore, insegnante e scrittore, di un uomo legato alla parola come si è legati a una madre, farà sosta tra breve al nostro Festival e tra noi. Ma prima Eraldo Affinati ci ha regalato qualche preziosa anticipazione.



Penny Wirton è poco meno che un ragazzo e ha sole tre cose: un vestito giallo, una madre che fa nascere i bambini e un padre al cimitero sulla collina. A questo personaggio nato dalla fantasia di Silvio D’Arzo (nom de plume del reggiano Ezio Comparoni) è stato dedicato un progetto educativo. Ci racconti.
Io mi sono laureato su Silvio D'Arzo e mia moglie, Anna Luce Lenzi, è una delle studiose più accreditate del grande scrittore reggiano. Così, quando abbiamo dovuto dare un nome alla nostra associazione di insegnanti di lingua italiana agli stranieri, è stato naturale chiamarla Penny Wirton. Ci basiamo sul rapporto diretto, a tu per tu, fra docente e allievo. Non facciamo gruppi classe. I nostri studenti sono spesso orfani com'era Penny, questo indimenticabile personaggio darziano, e, dopo alterne vicissitudini, allo stesso modo, imparando la nostra lingua, ritrovano la loro dignità. Noi della Penny Wirton siamo tutti volontari. Uomini e donne, giovani e adulti. Nasciamo a Roma, ma ci stiamo diffondendo in varie parti d' Italia: Calabria, Torino. Per noi la città di Trento è molto importante perché la consideriamo uno dei cuori storici e pulsanti dell'Italia più bella. Siamo grati agli amici del Margine che hanno appena pubblicato il libro della Penny Wirton, intitolato "Italiani anche noi" dove abbiamo raccolto, in venticinque lezioni, gli esercizi di apprendimento scaturiti dall'esperienza diretta. Nel libro, illustrato da Emma Lenzi, ci sono anche venticinque miei brevi racconti inediti, per invogliare alla lettura i più bravi.

"Ed io compio davvero insieme a loro, senza pagare il biglietto, il giro del mondo in aula". Questo il suo eloquente feed back sull’attività dell’insegnamento, ovvero del "viaggiare" ad ogni costo.
Viaggiare per me significa ritrovare le radici. Conquistare una coralità. Uscire dall'individualismo. Esporsi. Mettersi in gioco. Sporcarsi le mani. Prendere posizione. Ho cominciato ad insegnare l'italiano ai minorenni non accompagnati della Città dei Ragazzi, la famosa comunità educativa fondata da monsignor Carroll-Abbing alle porte di Roma nel secondo dopoguerra. Questa struttura, che ospita un Istituto Professionale di Stato, il "Carlo Cattaneo", dove io continuo ad insegnare, si basa sull'autogoverno degli stessi adolescenti i quali eleggono il sindaco, battono una moneta locale, imparano la democazia e cercano di esercitare una propria responsabilità. Ognuno arriva da un mondo diverso: Alì dall'Egitto, Mohamed dall'Afghanistan, Ivan dall'Ucraina, Joseph dal Camerun, Francisca dalla Columbia… Quando li guardi negli occhi e loro ti raccontano le storie da cui provengono, capisci che la Terra ha la febbre alta e ognuno di noi deve tentare, a modo suo, di far scendere la temperatura.

Chi sono i "nuovi italiani" e quale funzione attribuisce all’insegnamento della nostra lingua ai fini dell’integrazione? Lo spirito volontaristico degli insegnanti della Penny Wirton è certo d’aiuto nell’aggirare alcuni ostacoli. Ma resta la minaccia dell’intolleranza, che in alcune parti politiche è stata addirittura ostentata in anni recenti.

I nuovi italiani sono il nostro sangue anche se ancora stentiamo a rendercene conto. La lingua è decisiva per favorire l'integrazione perché, attraverso di essa, comunichiamo agli altri il pensiero e la tradizione. I grandi scrittori del passato sono dentro le nostre parole. Se non ci fosse stato Petrarca, avremmo un'altra idea dell'amore. Il sentimento del bene comune è stato modellato da Foscolo e Manzoni. Quando pensiamo alla fratellanza, è come se Ungaretti ci desse la spinta per farlo. L'intolleranza nasce dalla paura, dalla fragilità, dall'ignoranza, dall'atrofia spirituale. Ecco perché il ruolo della scuola pubblica resta essenziale. Penny Wirton vorrebbe far capolino nelle nostre aule per insegnare lo spirito della Città dei Ragazzi: rispetto, amicizia, allegria e, perché no, concentrazione.

"Ero sull'Ortigara, là dove il tenente Emilio Lussu aveva combattuto (…) anche per affermare una certa idea dell'Italia e, percorrendo insieme al vecchio sergente, maestro di vita e letteratura, le creste dei monti ancora segnate dalle trincee, misuravo la distanza fra ciò che avremmo potuto essere e quello che siamo diventati". Così l’incontro con Mario Rigoni Stern, ben noto in Valsugana. Come descrivere quella certa idea d’Italia?

"Il grande vecio di Asiago mi ha insegnato tante cose, ma soprattutto una la conserverò per sempre dentro di me: al mondo siamo tutti paesani. Secondo lui, io ero un paesano di città. Mario Rigoni Stern sapeva che esiste una dimensione comune nella quale ci si può capire: il bene e il male, la fedeltà e il tradimento, gli affetti e il rancore, la voglia di essere se stessi e la consapevolezza della finitudine. Per attraversare questi territori non c'è bisogno di timbrare il passaporto. Si fa come gli uccelli in volo, oppure come Tönle, protagonista dell'omonimo romanzo, che dalla Valsugana raggiungeva Praga a piedi eludendo le frontiere. L'Italia deve recuperare questo spirito di tolleranza, senza illudersi di poter eliminare i conflitti.


Secondo le proiezioni sarà compito degli immigrati rialzare il tasso della natalità nel nostro Paese. Crede che potranno modificare anche gli scoraggianti dati nazionali a riguardo della lettura?
Lo scorso 17 marzo, per festeggiare a modo mio l'anniversario dell'unità nazionale, ho chiamato gli studenti della Penny Wirton a declamare alcuni celebri versi della letteratura italiana. Ascoltare il cantico delle creature di San Francesco letto da una ragazza filippina, una terzina dantesca sillabata da un giovane nigeriano, è stato splendido. 'Che fai tu, luna, in ciel, dimmi, che fai?': questo verso di Leopardi, in bocca a un afghano, etnia azara, credetemi, riprende vita, forza, intensità. Un giorno gli immigrati potrebbero farci riscoprire la nostra stessa tradizione.