lunedì 20 giugno 2011
TBF: tutta un'altra musica, parola di Andrea Castelli
La realtà nello "sguardo di mezzo" di Carmine Abate
“Vivere per addizione e altri viaggi” Carmine Abate dialoga con Carlo Martinelli
di Tiziana Tomasini
Era nell’aria. L’acquazzone annunciato si è rovesciato sul Trentino Book Festival di Caldonazzo con notevole intensità. Niente paura. L’incontro è in programma al coperto, nel caseificio di viale Stazione, alle ore 20.00. Alcuni prendono posto in sala con notevole anticipo, già dalle 19.30; nella libreria TBF la colonna dei libri di Carmine Abate (la cui produzione letteraria è inclusa nella Piccola Biblioteca Oscar Mondadori) sta calando vertiginosamente.
Se SuperMario fa sul serio
Balenghi e sognatori in Località Pineta
domenica 19 giugno 2011
Farsi insegnare da chi l'italiano non lo sa
Giancarlo Narciso e Tersite Rossi: lo scrittore e la critica sociale
Mattia Maistri, una delle due metà di Tersite Rossi, avverte il rischio che «con l'eBook anche il libro possa diventare un prodotto usa e getta, con un rischio zapping televisivo che svilirebbe il prodotto». Narciso rilancia l'eBook sostenendo che «un libro ha una vita di scaffale di 6 mesi, con l'eBook si allungherebbe la vita».
Nel futuro letterario di Narciso c'è un libro divertente sull'orso assassino in Trentino, mentre con «Other side», libro di mezzo tra «Solo fango» e la nuova creazione, «sono tornato ad essere quello che sono, uno scrittore di «intrattenimento commerciale»».
Tersite Rossi sta invece preparando un giallo fantapolitico, «un monito - ricorda Marco Niro - per andare al di là dei facili entusiasmi e guardare con più attenzione a ciò che si muove sottotraccia».
Certi che non v'è certezza, se non nella parola
Stieg Larsson, un amico su cui contare
sabato 18 giugno 2011
Mauro Corona raddrizza il mondo
Il Trentino, che bella storia
da Comunicazione TBF 2011
Venti testi come lampi, brevi quanto possono esserlo dei racconti, ma capaci di risvegliare chiunque confidi troppo nell'instabile cielo estivo che in un attimo si rannuvola, proprio come in questo tardo pomeriggio di sabato 18 giugno in cui Federica Ricci Garotti, docente di Linguistica presso l'Università di Trento introduce i "Racconti dal Trentino" (2011, Curcu & Genovese). L'autore è notissimo al pubblico locale che riceve senza alcuno stupore le notizie che Ricci Garotti comunica in ordine alla qualità ma anche all'originalità della scrittura di Renzo Francescotti. Che lapidario glossa "non per caso è Federica a presentare oggi il mio libro; è una donna straordinariamente intelligente". Lo spiega anche, di essere uno scrittore eclettico, esploratore di diversi generi in letteratura, ma già lo aveva rivelato il suo sguardo e la sua garbata, puntuale ironia. Mentre Ricci Garotti procede alla disamina scientifica dei venti racconti contenuti nell'antologia, mettendo in luce originalità della scrittura e delle soluzioni narrative, Francescotti produce un divertente controcanto da cui emerge il disappunto per non essere mai stato "invitato" in qualità di scrittore a Cles, sua città natale e per la ferita mai rimarginata di certi dispettucci subiti nell'infanzia da parte di tale zio Marcellino, alias il detestabile Zio Serafino di uno dei racconti. Nel lavoro di Francescotti ha tanta parte l'effervescente personalità quanto la consapevolezza autorale, e dalla mediazione tra la lettura di Ricci Garotti e interventi di Francescotti che usa intelligentemente la memoria e il tema dell'affezione ai luoghi delle proprie origini, che viene costruendosi un ritratto interessante. Non soltanto di un autore, ma di un intero mondo che si consegna a noi attraverso le parole e la narrazione.
Venti testi come lampi, brevi quanto possono esserlo dei racconti, ma capaci di risvegliare chiunque confidi troppo nell'instabile cielo estivo che in un attimo si rannuvola, proprio come in questo tardo pomeriggio di sabato 18 giugno in cui Federica Ricci Garotti, docente di Linguistica presso l'Università di Trento introduce i "Racconti dal Trentino" (2011, Curcu & Genovese). L'autore è notissimo al pubblico locale che riceve senza alcuno stupore le notizie che Ricci Garotti comunica in ordine alla qualità ma anche all'originalità della scrittura di Renzo Francescotti. Che lapidario glossa "non per caso è Federica a presentare oggi il mio libro; è una donna straordinariamente intelligente". Lo spiega anche, di essere uno scrittore eclettico, esploratore di diversi generi in letteratura, ma già lo aveva rivelato il suo sguardo e la sua garbata, puntuale ironia. Mentre Ricci Garotti procede alla disamina scientifica dei venti racconti contenuti nell'antologia, mettendo in luce originalità della scrittura e delle soluzioni narrative, Francescotti produce un divertente controcanto da cui emerge il disappunto per non essere mai stato "invitato" in qualità di scrittore a Cles, sua città natale e per la ferita mai rimarginata di certi dispettucci subiti nell'infanzia da parte di tale zio Marcellino, alias il detestabile Zio Serafino di uno dei racconti. Nel lavoro di Francescotti ha tanta parte l'effervescente personalità quanto la consapevolezza autorale, e dalla mediazione tra la lettura di Ricci Garotti e interventi di Francescotti che usa intelligentemente la memoria e il tema dell'affezione ai luoghi delle proprie origini, che viene costruendosi un ritratto interessante. Non soltanto di un autore, ma di un intero mondo che si consegna a noi attraverso le parole e la narrazione.
Herta e l'uomo che vuol bene ai libri
Un mare d'inchiostro per il Corsaro Nero
da Comunicazione TF 2011
Chi era mai Emilio di Roccanera signore di Ventimiglia, passato alla storia come il "Corsaro Nero", impegnato in una sanguinosa lotta con il fiammingo Wan Guld, reo di aver fatto assassinare ben tre suoi fratelli, tra cui Il Corsaro Verde ed il Corsaro Rosso? Chi, si sono chieste a Sillabaria- Scritture di Donne, se non la proiezione del suo omonimo e fantasioso autore, Emilio Salgari da Verona di cui ricorre quest'anno il centenario della morte? I tratti biografici di quest'impareggiabile rappresentante del genere avventuroso rivelano che egli non fu mai nei luoghi in cui si ambientano le sue narrazioni, che non fu mai capitano di marina - titolo del quale si fregiava, tuttavia, come avrebbe desiderato. Non importa, a giudicare dai risultati e dai testi su cui il gruppo guidato da Donata Zoe Zerbinati si è concentrato, producendone una rilettura affascinante, con 11 testi che - come appare alla lettura che se ne tiene nel pomeriggio di sabato 18 - sono altrettante rielaborazioni, in diversa chiave temporale o contestuale, dei temi cari a Salgari e a tutti i suoi lettori appassionati: l'esotismo, l'avventura, il coraggio, gli intrighi di potere, la vendetta.
Chi era mai Emilio di Roccanera signore di Ventimiglia, passato alla storia come il "Corsaro Nero", impegnato in una sanguinosa lotta con il fiammingo Wan Guld, reo di aver fatto assassinare ben tre suoi fratelli, tra cui Il Corsaro Verde ed il Corsaro Rosso? Chi, si sono chieste a Sillabaria- Scritture di Donne, se non la proiezione del suo omonimo e fantasioso autore, Emilio Salgari da Verona di cui ricorre quest'anno il centenario della morte? I tratti biografici di quest'impareggiabile rappresentante del genere avventuroso rivelano che egli non fu mai nei luoghi in cui si ambientano le sue narrazioni, che non fu mai capitano di marina - titolo del quale si fregiava, tuttavia, come avrebbe desiderato. Non importa, a giudicare dai risultati e dai testi su cui il gruppo guidato da Donata Zoe Zerbinati si è concentrato, producendone una rilettura affascinante, con 11 testi che - come appare alla lettura che se ne tiene nel pomeriggio di sabato 18 - sono altrettante rielaborazioni, in diversa chiave temporale o contestuale, dei temi cari a Salgari e a tutti i suoi lettori appassionati: l'esotismo, l'avventura, il coraggio, gli intrighi di potere, la vendetta.
Yaku, adesso è l'ora della svolta!
Sapori e aromi nella scrittura di Negri e Deiana
venerdì 17 giugno 2011
Per Nanda tutti ben svegli sulla collina
Se la letteratura sposa la storia: c'è Sartori al TBF
Stati e storie di famiglia con Isabella Bossi Fedrigotti
Benvenuti! E si va a cominciare
giovedì 16 giugno 2011
Ecco una storia: vivila, leggila
da Comunicazione TBF 2011
Si sa, l'inaugurazione ufficiale è attesa, qui a Caldonazzo, per il pomeriggio di domani ma provate a tenere freno la voglia di ascoltare racconti, toccare, guardare pagine colorate! Ecco quindi che a dare il migliore augurio al Trentino Book Festival è una pionieristica e assai vivace squadra dei meno smaliziati e più appassionati cultori del libro. Visionata palmo per palmo la mostra che in seno al Progetto "Nati per Leggere" è da ieri allestita nella Sala Marchesoni di Casa Boghi, i piccoli della scuola materna di Caldonazzo hanno molto apprezzato la lettura animata l'animazione offerta dalle insegnanti e hanno poi accolto entusiasticamente l'invito ad aprire con i libri una relazione di amicizia dalla quale aspettarsi molto. Così, dopo aver assistito anche noi al mimo della storia di Buio che-non-vuol-più-far-paura-al-mondo, aver colto sguardi dapprima assorti e sognanti ma poi rivolti con curiosità alle pagine scritte, ci siamo ritirati in punta di piedi. E restiamo ad attendervi, puntuali, per tre giorni di emozioni e scoperte.
mercoledì 15 giugno 2011
Antoniacomi: "Scrivere per lasciar accadere la vita"
di Valeria Gasperi
La scrittura è un esperimento, un'espressione tutta umana del pensiero che gli dà sostanza legandolo, attraverso gli espedienti del narrare, alla realtà. Così agisce sul mondo, stimolandone il progresso, facendone il migliore dei posti possibili. Tra lucida analisi e ineffabile piacere del volo inventivo, Giorgio Antoniacomi incontra il Trentino Book Festival.
Viaggiando tra diverse dimensioni del tempo, lei incontra tanti personaggi e ne segue le storie. Ma cosa La motiva, poi, nel trasferire tutto alla pagina scritta?
La verità è che non lo so. Pensandoci, quello che ho scritto finora è stato come un bisogno di superare la tendenza, che mi è molto connaturata, quasi compulsiva, ad analizzare, a scomporre la vita in elementi costitutivi; e di superarla, appunto, raccontando. Per me raccontare situazioni cruciali della mia vita, così come relazioni necessarie, è stato un modo, in fondo, per riappropriarmi della mia stessa vita. Per lasciarla accadere.
Dalle scienze sociali al management urbano. La seconda scelta perfeziona e realizza la prima?
Sì. In effetti, già da giovane, quando studiavo, pensavo che "da grande" avrei voluto occuparmi del futuro delle città. Quello che è successo è che ho "semplicemente" avuto la fortuna di poterlo fare.
Ha affermato che il suo mestiere l’avvicina a conoscere l’anima delle città. Complessa e stratificato quanto quella umana, immagino.
Le città sono una delle grandi istituzioni dell'umanità, assieme al diritto, alla famiglia, alla religione, alla matematica. Sono un'espressione di ciò che è compiutamente umano: e dunque sono fatte di intenzionalità e di casualità, di speranze realizzate e di errori. Come diceva La Pira, "non sono cumuli di pietre, più o meni occasionali o pianificati: sono misteriose abitazioni di uomini".
La narrativa: un incontro intenzionale, tardivo e non programmato. Ci racconti.
Io scrivo, si può dire da sempre, per mestiere. Avevo un conto da saldare con me stesso: quello di scrivere "e basta", senza dover redigere un progetto, un piano, un articolo, un provvedimento amministrativo: insomma, scrivere semplicemente per raccontare. Ero convinto che mi mancassero l'ispirazione o il soggetto. Che fosse in qualche modo questa la mia condanna. Poi la cosa, anche questa volta, si è verificata da sola: non ho cercato spunti o pretesti per raccontare: quello che ho scritto è venuto fuori da solo. Per questo credo che non avrei potuto nemmeno scrivere diversamente. A parte qualche refuso, non cambierei una riga di quello che ho scritto. La sola differenza fra il primo libro e il secondo sta nella cifra della scrittura: nel primo caso è una scrittura volutamente cerebrale, che chiede al lettore una certa complicità (magari anche quella di tornare su una pagina per due o tre volte); nel secondo direi che la parola scorre via più facilmente. Confesso che il secondo libro l'ho scritto anche pensando a chi lo avrebbe letto.
Se la letteratura è la madre di tutte le culture, quali altre relazioni di parentela ravvisa con altre espressioni dell’intelletto e dello spirito?
In principio era il pensiero. E basta. Poi la tendenza tutta umana a classificare ci ha rovinato la festa, nel senso che abbiamo introdotto distinzioni (fra cultura scientifica e cultura umanistica, ad esempio) delle quali siamo prigionieri. Non credo proprio che, per fare un lavoro scientifico, non serva creatività, così come non credo che, per fare una traduzione dal latino, si possa fare a meno di un rigore faticosamente costruito. Credo però che la letteratura rimanga al principio e alla fine: perché qualunque cosa facciamo - che sia prefigurare il futuro di una città, costruire una relazione umana, ritrovare il senso delle cose, guardare al nostro mondo interiore - non è altro che la costruzione di una narrazione.
La scrittura è un esperimento, un'espressione tutta umana del pensiero che gli dà sostanza legandolo, attraverso gli espedienti del narrare, alla realtà. Così agisce sul mondo, stimolandone il progresso, facendone il migliore dei posti possibili. Tra lucida analisi e ineffabile piacere del volo inventivo, Giorgio Antoniacomi incontra il Trentino Book Festival.
Viaggiando tra diverse dimensioni del tempo, lei incontra tanti personaggi e ne segue le storie. Ma cosa La motiva, poi, nel trasferire tutto alla pagina scritta?
La verità è che non lo so. Pensandoci, quello che ho scritto finora è stato come un bisogno di superare la tendenza, che mi è molto connaturata, quasi compulsiva, ad analizzare, a scomporre la vita in elementi costitutivi; e di superarla, appunto, raccontando. Per me raccontare situazioni cruciali della mia vita, così come relazioni necessarie, è stato un modo, in fondo, per riappropriarmi della mia stessa vita. Per lasciarla accadere.
Dalle scienze sociali al management urbano. La seconda scelta perfeziona e realizza la prima?
Sì. In effetti, già da giovane, quando studiavo, pensavo che "da grande" avrei voluto occuparmi del futuro delle città. Quello che è successo è che ho "semplicemente" avuto la fortuna di poterlo fare.
Ha affermato che il suo mestiere l’avvicina a conoscere l’anima delle città. Complessa e stratificato quanto quella umana, immagino.
Le città sono una delle grandi istituzioni dell'umanità, assieme al diritto, alla famiglia, alla religione, alla matematica. Sono un'espressione di ciò che è compiutamente umano: e dunque sono fatte di intenzionalità e di casualità, di speranze realizzate e di errori. Come diceva La Pira, "non sono cumuli di pietre, più o meni occasionali o pianificati: sono misteriose abitazioni di uomini".
La narrativa: un incontro intenzionale, tardivo e non programmato. Ci racconti.
Io scrivo, si può dire da sempre, per mestiere. Avevo un conto da saldare con me stesso: quello di scrivere "e basta", senza dover redigere un progetto, un piano, un articolo, un provvedimento amministrativo: insomma, scrivere semplicemente per raccontare. Ero convinto che mi mancassero l'ispirazione o il soggetto. Che fosse in qualche modo questa la mia condanna. Poi la cosa, anche questa volta, si è verificata da sola: non ho cercato spunti o pretesti per raccontare: quello che ho scritto è venuto fuori da solo. Per questo credo che non avrei potuto nemmeno scrivere diversamente. A parte qualche refuso, non cambierei una riga di quello che ho scritto. La sola differenza fra il primo libro e il secondo sta nella cifra della scrittura: nel primo caso è una scrittura volutamente cerebrale, che chiede al lettore una certa complicità (magari anche quella di tornare su una pagina per due o tre volte); nel secondo direi che la parola scorre via più facilmente. Confesso che il secondo libro l'ho scritto anche pensando a chi lo avrebbe letto.
Se la letteratura è la madre di tutte le culture, quali altre relazioni di parentela ravvisa con altre espressioni dell’intelletto e dello spirito?
In principio era il pensiero. E basta. Poi la tendenza tutta umana a classificare ci ha rovinato la festa, nel senso che abbiamo introdotto distinzioni (fra cultura scientifica e cultura umanistica, ad esempio) delle quali siamo prigionieri. Non credo proprio che, per fare un lavoro scientifico, non serva creatività, così come non credo che, per fare una traduzione dal latino, si possa fare a meno di un rigore faticosamente costruito. Credo però che la letteratura rimanga al principio e alla fine: perché qualunque cosa facciamo - che sia prefigurare il futuro di una città, costruire una relazione umana, ritrovare il senso delle cose, guardare al nostro mondo interiore - non è altro che la costruzione di una narrazione.
KELLER EDITORE PRESENTA IL NUOVO LIBRO DI HERTA MÜLLER
L'appuntamento è per sabato 18 giugno 2011, Blue Coffee, via Stazione, Caldonazzo, all'interno dei tre giorni del Trentino Book Festival che si terrà a Caldonazzo i prossimi 17-18-19 giugno.
In dialogo con Carlo Martinelli, l'editore Roveretano Roberto Keller racconta la sua esperienza nel mondo dell'editoria e presenta in anteprima nazionale il nuovo libro del Premio Nobel per la Letteratura 2009.
Si intitola “Il re s'inchina e uccide” il nuovo libro del Nobel Herta Müller che la piccola casa editrice trentina è riuscita ad assicurarsi. Con grande onore, infatti, la Keller editore torna a pubblicare un libro di Herta Müller. Un ritorno sperato quello della scrittrice rumena di lingua tedesca sotto il marchio K che si concretizza con due pubblicazioni previste rispettivamente per giugno 2011 e per il 2012.
In dialogo con Carlo Martinelli, l'editore Roveretano Roberto Keller racconta la sua esperienza nel mondo dell'editoria e presenta in anteprima nazionale il nuovo libro del Premio Nobel per la Letteratura 2009.
Si intitola “Il re s'inchina e uccide” il nuovo libro del Nobel Herta Müller che la piccola casa editrice trentina è riuscita ad assicurarsi. Con grande onore, infatti, la Keller editore torna a pubblicare un libro di Herta Müller. Un ritorno sperato quello della scrittrice rumena di lingua tedesca sotto il marchio K che si concretizza con due pubblicazioni previste rispettivamente per giugno 2011 e per il 2012.
martedì 14 giugno 2011
Affinati: "Dentro le nostre parole i grandi del passato"
di Valeria Gasperi
Parlerà con noi di tradizione e innovazione; del loro confrontarsi e fondersi nel magico crogiuolo del discorso letterario. L'anima di un viaggiatore, insegnante e scrittore, di un uomo legato alla parola come si è legati a una madre, farà sosta tra breve al nostro Festival e tra noi. Ma prima Eraldo Affinati ci ha regalato qualche preziosa anticipazione.
Penny Wirton è poco meno che un ragazzo e ha sole tre cose: un vestito giallo, una madre che fa nascere i bambini e un padre al cimitero sulla collina. A questo personaggio nato dalla fantasia di Silvio D’Arzo (nom de plume del reggiano Ezio Comparoni) è stato dedicato un progetto educativo. Ci racconti.
Io mi sono laureato su Silvio D'Arzo e mia moglie, Anna Luce Lenzi, è una delle studiose più accreditate del grande scrittore reggiano. Così, quando abbiamo dovuto dare un nome alla nostra associazione di insegnanti di lingua italiana agli stranieri, è stato naturale chiamarla Penny Wirton. Ci basiamo sul rapporto diretto, a tu per tu, fra docente e allievo. Non facciamo gruppi classe. I nostri studenti sono spesso orfani com'era Penny, questo indimenticabile personaggio darziano, e, dopo alterne vicissitudini, allo stesso modo, imparando la nostra lingua, ritrovano la loro dignità. Noi della Penny Wirton siamo tutti volontari. Uomini e donne, giovani e adulti. Nasciamo a Roma, ma ci stiamo diffondendo in varie parti d' Italia: Calabria, Torino. Per noi la città di Trento è molto importante perché la consideriamo uno dei cuori storici e pulsanti dell'Italia più bella. Siamo grati agli amici del Margine che hanno appena pubblicato il libro della Penny Wirton, intitolato "Italiani anche noi" dove abbiamo raccolto, in venticinque lezioni, gli esercizi di apprendimento scaturiti dall'esperienza diretta. Nel libro, illustrato da Emma Lenzi, ci sono anche venticinque miei brevi racconti inediti, per invogliare alla lettura i più bravi.
"Ed io compio davvero insieme a loro, senza pagare il biglietto, il giro del mondo in aula". Questo il suo eloquente feed back sull’attività dell’insegnamento, ovvero del "viaggiare" ad ogni costo.
Viaggiare per me significa ritrovare le radici. Conquistare una coralità. Uscire dall'individualismo. Esporsi. Mettersi in gioco. Sporcarsi le mani. Prendere posizione. Ho cominciato ad insegnare l'italiano ai minorenni non accompagnati della Città dei Ragazzi, la famosa comunità educativa fondata da monsignor Carroll-Abbing alle porte di Roma nel secondo dopoguerra. Questa struttura, che ospita un Istituto Professionale di Stato, il "Carlo Cattaneo", dove io continuo ad insegnare, si basa sull'autogoverno degli stessi adolescenti i quali eleggono il sindaco, battono una moneta locale, imparano la democazia e cercano di esercitare una propria responsabilità. Ognuno arriva da un mondo diverso: Alì dall'Egitto, Mohamed dall'Afghanistan, Ivan dall'Ucraina, Joseph dal Camerun, Francisca dalla Columbia… Quando li guardi negli occhi e loro ti raccontano le storie da cui provengono, capisci che la Terra ha la febbre alta e ognuno di noi deve tentare, a modo suo, di far scendere la temperatura.
Chi sono i "nuovi italiani" e quale funzione attribuisce all’insegnamento della nostra lingua ai fini dell’integrazione? Lo spirito volontaristico degli insegnanti della Penny Wirton è certo d’aiuto nell’aggirare alcuni ostacoli. Ma resta la minaccia dell’intolleranza, che in alcune parti politiche è stata addirittura ostentata in anni recenti.
I nuovi italiani sono il nostro sangue anche se ancora stentiamo a rendercene conto. La lingua è decisiva per favorire l'integrazione perché, attraverso di essa, comunichiamo agli altri il pensiero e la tradizione. I grandi scrittori del passato sono dentro le nostre parole. Se non ci fosse stato Petrarca, avremmo un'altra idea dell'amore. Il sentimento del bene comune è stato modellato da Foscolo e Manzoni. Quando pensiamo alla fratellanza, è come se Ungaretti ci desse la spinta per farlo. L'intolleranza nasce dalla paura, dalla fragilità, dall'ignoranza, dall'atrofia spirituale. Ecco perché il ruolo della scuola pubblica resta essenziale. Penny Wirton vorrebbe far capolino nelle nostre aule per insegnare lo spirito della Città dei Ragazzi: rispetto, amicizia, allegria e, perché no, concentrazione.
"Ero sull'Ortigara, là dove il tenente Emilio Lussu aveva combattuto (…) anche per affermare una certa idea dell'Italia e, percorrendo insieme al vecchio sergente, maestro di vita e letteratura, le creste dei monti ancora segnate dalle trincee, misuravo la distanza fra ciò che avremmo potuto essere e quello che siamo diventati". Così l’incontro con Mario Rigoni Stern, ben noto in Valsugana. Come descrivere quella certa idea d’Italia?
"Il grande vecio di Asiago mi ha insegnato tante cose, ma soprattutto una la conserverò per sempre dentro di me: al mondo siamo tutti paesani. Secondo lui, io ero un paesano di città. Mario Rigoni Stern sapeva che esiste una dimensione comune nella quale ci si può capire: il bene e il male, la fedeltà e il tradimento, gli affetti e il rancore, la voglia di essere se stessi e la consapevolezza della finitudine. Per attraversare questi territori non c'è bisogno di timbrare il passaporto. Si fa come gli uccelli in volo, oppure come Tönle, protagonista dell'omonimo romanzo, che dalla Valsugana raggiungeva Praga a piedi eludendo le frontiere. L'Italia deve recuperare questo spirito di tolleranza, senza illudersi di poter eliminare i conflitti.
Secondo le proiezioni sarà compito degli immigrati rialzare il tasso della natalità nel nostro Paese. Crede che potranno modificare anche gli scoraggianti dati nazionali a riguardo della lettura?
Lo scorso 17 marzo, per festeggiare a modo mio l'anniversario dell'unità nazionale, ho chiamato gli studenti della Penny Wirton a declamare alcuni celebri versi della letteratura italiana. Ascoltare il cantico delle creature di San Francesco letto da una ragazza filippina, una terzina dantesca sillabata da un giovane nigeriano, è stato splendido. 'Che fai tu, luna, in ciel, dimmi, che fai?': questo verso di Leopardi, in bocca a un afghano, etnia azara, credetemi, riprende vita, forza, intensità. Un giorno gli immigrati potrebbero farci riscoprire la nostra stessa tradizione.
Parlerà con noi di tradizione e innovazione; del loro confrontarsi e fondersi nel magico crogiuolo del discorso letterario. L'anima di un viaggiatore, insegnante e scrittore, di un uomo legato alla parola come si è legati a una madre, farà sosta tra breve al nostro Festival e tra noi. Ma prima Eraldo Affinati ci ha regalato qualche preziosa anticipazione.
Penny Wirton è poco meno che un ragazzo e ha sole tre cose: un vestito giallo, una madre che fa nascere i bambini e un padre al cimitero sulla collina. A questo personaggio nato dalla fantasia di Silvio D’Arzo (nom de plume del reggiano Ezio Comparoni) è stato dedicato un progetto educativo. Ci racconti.
Io mi sono laureato su Silvio D'Arzo e mia moglie, Anna Luce Lenzi, è una delle studiose più accreditate del grande scrittore reggiano. Così, quando abbiamo dovuto dare un nome alla nostra associazione di insegnanti di lingua italiana agli stranieri, è stato naturale chiamarla Penny Wirton. Ci basiamo sul rapporto diretto, a tu per tu, fra docente e allievo. Non facciamo gruppi classe. I nostri studenti sono spesso orfani com'era Penny, questo indimenticabile personaggio darziano, e, dopo alterne vicissitudini, allo stesso modo, imparando la nostra lingua, ritrovano la loro dignità. Noi della Penny Wirton siamo tutti volontari. Uomini e donne, giovani e adulti. Nasciamo a Roma, ma ci stiamo diffondendo in varie parti d' Italia: Calabria, Torino. Per noi la città di Trento è molto importante perché la consideriamo uno dei cuori storici e pulsanti dell'Italia più bella. Siamo grati agli amici del Margine che hanno appena pubblicato il libro della Penny Wirton, intitolato "Italiani anche noi" dove abbiamo raccolto, in venticinque lezioni, gli esercizi di apprendimento scaturiti dall'esperienza diretta. Nel libro, illustrato da Emma Lenzi, ci sono anche venticinque miei brevi racconti inediti, per invogliare alla lettura i più bravi.
"Ed io compio davvero insieme a loro, senza pagare il biglietto, il giro del mondo in aula". Questo il suo eloquente feed back sull’attività dell’insegnamento, ovvero del "viaggiare" ad ogni costo.
Viaggiare per me significa ritrovare le radici. Conquistare una coralità. Uscire dall'individualismo. Esporsi. Mettersi in gioco. Sporcarsi le mani. Prendere posizione. Ho cominciato ad insegnare l'italiano ai minorenni non accompagnati della Città dei Ragazzi, la famosa comunità educativa fondata da monsignor Carroll-Abbing alle porte di Roma nel secondo dopoguerra. Questa struttura, che ospita un Istituto Professionale di Stato, il "Carlo Cattaneo", dove io continuo ad insegnare, si basa sull'autogoverno degli stessi adolescenti i quali eleggono il sindaco, battono una moneta locale, imparano la democazia e cercano di esercitare una propria responsabilità. Ognuno arriva da un mondo diverso: Alì dall'Egitto, Mohamed dall'Afghanistan, Ivan dall'Ucraina, Joseph dal Camerun, Francisca dalla Columbia… Quando li guardi negli occhi e loro ti raccontano le storie da cui provengono, capisci che la Terra ha la febbre alta e ognuno di noi deve tentare, a modo suo, di far scendere la temperatura.
Chi sono i "nuovi italiani" e quale funzione attribuisce all’insegnamento della nostra lingua ai fini dell’integrazione? Lo spirito volontaristico degli insegnanti della Penny Wirton è certo d’aiuto nell’aggirare alcuni ostacoli. Ma resta la minaccia dell’intolleranza, che in alcune parti politiche è stata addirittura ostentata in anni recenti.
I nuovi italiani sono il nostro sangue anche se ancora stentiamo a rendercene conto. La lingua è decisiva per favorire l'integrazione perché, attraverso di essa, comunichiamo agli altri il pensiero e la tradizione. I grandi scrittori del passato sono dentro le nostre parole. Se non ci fosse stato Petrarca, avremmo un'altra idea dell'amore. Il sentimento del bene comune è stato modellato da Foscolo e Manzoni. Quando pensiamo alla fratellanza, è come se Ungaretti ci desse la spinta per farlo. L'intolleranza nasce dalla paura, dalla fragilità, dall'ignoranza, dall'atrofia spirituale. Ecco perché il ruolo della scuola pubblica resta essenziale. Penny Wirton vorrebbe far capolino nelle nostre aule per insegnare lo spirito della Città dei Ragazzi: rispetto, amicizia, allegria e, perché no, concentrazione.
"Ero sull'Ortigara, là dove il tenente Emilio Lussu aveva combattuto (…) anche per affermare una certa idea dell'Italia e, percorrendo insieme al vecchio sergente, maestro di vita e letteratura, le creste dei monti ancora segnate dalle trincee, misuravo la distanza fra ciò che avremmo potuto essere e quello che siamo diventati". Così l’incontro con Mario Rigoni Stern, ben noto in Valsugana. Come descrivere quella certa idea d’Italia?
"Il grande vecio di Asiago mi ha insegnato tante cose, ma soprattutto una la conserverò per sempre dentro di me: al mondo siamo tutti paesani. Secondo lui, io ero un paesano di città. Mario Rigoni Stern sapeva che esiste una dimensione comune nella quale ci si può capire: il bene e il male, la fedeltà e il tradimento, gli affetti e il rancore, la voglia di essere se stessi e la consapevolezza della finitudine. Per attraversare questi territori non c'è bisogno di timbrare il passaporto. Si fa come gli uccelli in volo, oppure come Tönle, protagonista dell'omonimo romanzo, che dalla Valsugana raggiungeva Praga a piedi eludendo le frontiere. L'Italia deve recuperare questo spirito di tolleranza, senza illudersi di poter eliminare i conflitti.
Secondo le proiezioni sarà compito degli immigrati rialzare il tasso della natalità nel nostro Paese. Crede che potranno modificare anche gli scoraggianti dati nazionali a riguardo della lettura?
Lo scorso 17 marzo, per festeggiare a modo mio l'anniversario dell'unità nazionale, ho chiamato gli studenti della Penny Wirton a declamare alcuni celebri versi della letteratura italiana. Ascoltare il cantico delle creature di San Francesco letto da una ragazza filippina, una terzina dantesca sillabata da un giovane nigeriano, è stato splendido. 'Che fai tu, luna, in ciel, dimmi, che fai?': questo verso di Leopardi, in bocca a un afghano, etnia azara, credetemi, riprende vita, forza, intensità. Un giorno gli immigrati potrebbero farci riscoprire la nostra stessa tradizione.
lunedì 13 giugno 2011
Bossi Fedrigotti: "La scrittura, mio lavoro e mia vita"
Non ha certo bisogno di presentazioni: è notissima fin dal 1980, anno dell’esordio nella narrativa con "Amore mio, uccidi Garibaldi". A quel romanzo ne sono seguiti molti altri, mentre la collaborazione con il «Corriere della Sera» l’ha fatta conoscere al grande pubblico come firma delle pagine dedicate alla cultura e al costume. Venerdì 17 giugno il Trentino Book Festival incontra in Isabella Bossi Fedrigotti una felice sinergia tra letteratura e giornalismo.
Roveretana che vive a Milano, Lei porta al Trentino Book Festival l'esperienza e l'appeal della metropoli. Qual è, per una scrittrice?
Per una scrittrice direi che non importa dove vive. tanto quel che scrive se lo devo cavare dal cuore. Per una giornalista può invece essere importante avere due luoghi di riferimento, in quanto l'uno e l'altro si riescono a comprendere meglio anche con il distacco della lontananza.
Per una scrittrice direi che non importa dove vive. tanto quel che scrive se lo devo cavare dal cuore. Per una giornalista può invece essere importante avere due luoghi di riferimento, in quanto l'uno e l'altro si riescono a comprendere meglio anche con il distacco della lontananza.
La vita porta spesso a connettere, in una stessa esistenza, ambienti e stili di vita diversissimi tra loro.
Lei scrive fin da bambina. Considera la scrittura una sorta di tutela della memoria o un ponte lanciato verso il futuro, senza certezza di approdo?
Prima di tutto la scrittura è la mia professione, il mio lavoro e, in fin dei conti, anche la mia vita. La scrittura, come , del resto, la lettura, bonifica l'uomo e, a volte, gli salva la vita. Serve a sapere chi sei, ricordarti da dove vieni, a volte anche a intravedere la strada dove vai. Ed è un potentissimo mezzo di comunicazione, ovviamente.
Prima di tutto la scrittura è la mia professione, il mio lavoro e, in fin dei conti, anche la mia vita. La scrittura, come , del resto, la lettura, bonifica l'uomo e, a volte, gli salva la vita. Serve a sapere chi sei, ricordarti da dove vieni, a volte anche a intravedere la strada dove vai. Ed è un potentissimo mezzo di comunicazione, ovviamente.
Condivide con molti autori il doppio impegno, oltre che sul fronte della letteratura, su quello del giornalismo? Cosa l'una attività può dare all'altra?
Il giornalismo mi ha tolto la paura della pagina bianca, mi ha insegnato a scrivere in mezzo al chiasso senza lasciarmi disturbare e costituisce l'esercizio quotidiano di scrittura per la lunga maratona letteraria necessaria per un romanzo. La scrittura letteraria mi ha, invece, dato l'abitudine, importantissima per il giornalismo, di scavare dentro di me per trovare le ragioni dei fatti.
Il giornalismo mi ha tolto la paura della pagina bianca, mi ha insegnato a scrivere in mezzo al chiasso senza lasciarmi disturbare e costituisce l'esercizio quotidiano di scrittura per la lunga maratona letteraria necessaria per un romanzo. La scrittura letteraria mi ha, invece, dato l'abitudine, importantissima per il giornalismo, di scavare dentro di me per trovare le ragioni dei fatti.
Quale, tra i suoi libri, Le è più caro e perché?
Il "mio" libro è "Magazzino vita", che parla della mia casa. È il più triste ma anche quello al quale avevo pensato da sempre.
Il "mio" libro è "Magazzino vita", che parla della mia casa. È il più triste ma anche quello al quale avevo pensato da sempre.
Ricorrendo il 150mo dell'Unità d'Italia, c'è una domanda inevitabile. Com'è nata l'idea di attingere ad un epistolario privato - in cui Leopoldina Lobkowitz ingiunge allo sposo, suo bisnonno, di sopprimere l'eroe dei Due Mondi - per ripercorrere la storia del Paese?
È nata dalla lettura di quell’epistolario. Che peraltro ho poi rielaborato secondo le mie corde...
È nata dalla lettura di quell’epistolario. Che peraltro ho poi rielaborato secondo le mie corde...
Andrea Castelli: "So benissimo dov’è il Teatro!"
di Valeria Gasperi
Versatile, brillante, trentino fino al midollo, il protagonista di “Castellinaria” sarà con noi nella serata di domenica 19, offrendo una performance commista di letteratura (un reading di alcuni brani scelti dal suo “Scusi, il teatro?”) e musica (a cura del Corpo Bandistico di Caldonazzo). Ma ecco, per ingannare l’attesa, una breve chiacchierata passando attraverso passione e professione, nella sua vita saldate inscindibilmente.
Leggiamo: Andrea Castelli ama variare dal brillante al serio, dal classico al moderno, dal dialetto all’italiano. Sembrerebbe molto impegnativo...
Se lo fai con curiosità e possiedi qualche dote è una sorta di Isola del Tesoro. Certo, io sono stato fortunato: ho un dono e cerco di sfruttarlo con modestia. Dico con modestia perché ho provato -quand’ero più giovane- a montarmi la testa, due o tre volte. Non mi è mai riuscito. Mi veniva da ridere. Allora ho capito che non prendersi troppo sul serio è un altro “regalo” che mamma Natura mi ha fatto e me lo tengo stretto. Tanti, molti, tantissimi ne avrebbero bisogno per vivere bene con se stessi e non rompere le scatole agli altri. (Non so se si capisce, ma sto dispensando perle di saggezza…).
Tra tante, forse la passione per il teatro prevale. Per quello che il palco dà all'attore o per quello che l'attore dà ai suoi spettatori?
Come “forse”? Certo che prevale, purché sia uno strumento, purché diventi un mezzo e non il fine … Se del teatro fai il fine ultimo ti metti nella folta schiera di chi si prende troppo sul serio; invece -secondo me- il teatro dev’essere un mezzo per comunicare, veicolo per andare altrove per metterti in contatto con altri. Il palcoscenico dà la benzina all’attore che passa la sua energia allo spettatore. Solo così facendo, credo, sei “attore-motore” e hai una funzione importante nella tua comunità, grande o piccola che sia. Se lo fai per sbrodolarti addosso può essere esteticamente bello, ma sei egoista, freddo, non ti concedi, non vali. (Sono sempre più impressionato dal mio stesso acume…).
Ascolteremo brani di "Scusi, il teatro?", figlio - in prevalenza - di un'appassionata esperienza artistica. Vorremmo conoscere il segreto che trasforma l'autobiografia in opera letteraria.
Nel mio caso “opera letteraria” la trovo una parola forte. Non vorrei prendermi troppo sul serio (vedi sopra). Ho trasformato la mia esperienza artistica in una serie di racconti, tanti dei quali in dialetto e, nel libro, spiego il perché di questa scelta che definirei romantica. Dialetto come lingua “altra”, come gioco, come omaggio alla lingua familiare, come esercizio e nello stesso tempo sfida. È molto difficile scrivere bene in dialetto, soprattutto perché il dialetto è una lingua parlata. E non solo da ridere… (eterna e dura lotta per dimostrarlo).
La manifestazione di Caldonazzo fotografa un "territorio" dalle molte premesse / promesse culturali, con l’intento manifesto di promuoverne immagine e risorse. Se questo fosse un punto di partenza, e noi stessimo per metterci in viaggio, quale sarebbe la mèta?
L’ignoto è la mèta di tutti noi, la “non mèta”, l’isola che non c’è… (questa mi piace da morire).
domenica 12 giugno 2011
Trentino Book Festival. Speciale Rai Regione > 12 giugno 2011
Con interviste a: Pino Loperfido, Roberto Keller, Mauro Corona, Francesca Negri, Carmine Abate, Carlo Martinelli, Giorgio Schmidt, Sindaco di Caldonazzo. Regia di Giorgio Balducci.
Una questione di principio: in principio era il Libro
di Valeria Gasperi
A pochissimi giorni dal debutto del Trentino Book Festival, mentre sono già state inaugurate le mostre dedicate a Guareschi e al pittore Luigi Prati Marzari, abbiamo scambiato qualche parola con Pino Loperfido. Ecco come il direttore artistico, nonché ideatore della manifestazione, ne illustra caratteristiche e prospettive.
Lei somiglia a un "operatore culturale" come lo erano certi editori cinquecenteschi. La cura minuziosa del testo pronto a circolare, il pregio di carte e rilegatura è un magnifico biglietto da visita. Ma prima l’editore aveva trovato il talento, o aveva colto una segnalazione corretta, dedicando tempo e intuizione all’ambiente in cui viveva. Di che tipo di cultura abbiamo bisogno oggi e come può un’iniziativa, una Rassegna letteraria, rispondere a questo bisogno?
Quando Aldo Manuzio rincorre Baldassar Castiglione per mezza Europa è animato certamente da qualcosa in più di una semplice passione commerciale o lavorativa. La ricerca che lo porterà all'invenzione del "tascabile" è lunga e precisa al limite della pignoleria. Quello che Manuzio aveva colto – ma è un parere puramente personale – era la necessità che la cultura andasse per la sua strada naturale, senza più condizionamenti sociali o religiosi.
A pochissimi giorni dal debutto del Trentino Book Festival, mentre sono già state inaugurate le mostre dedicate a Guareschi e al pittore Luigi Prati Marzari, abbiamo scambiato qualche parola con Pino Loperfido. Ecco come il direttore artistico, nonché ideatore della manifestazione, ne illustra caratteristiche e prospettive.
Lei somiglia a un "operatore culturale" come lo erano certi editori cinquecenteschi. La cura minuziosa del testo pronto a circolare, il pregio di carte e rilegatura è un magnifico biglietto da visita. Ma prima l’editore aveva trovato il talento, o aveva colto una segnalazione corretta, dedicando tempo e intuizione all’ambiente in cui viveva. Di che tipo di cultura abbiamo bisogno oggi e come può un’iniziativa, una Rassegna letteraria, rispondere a questo bisogno?
Quando Aldo Manuzio rincorre Baldassar Castiglione per mezza Europa è animato certamente da qualcosa in più di una semplice passione commerciale o lavorativa. La ricerca che lo porterà all'invenzione del "tascabile" è lunga e precisa al limite della pignoleria. Quello che Manuzio aveva colto – ma è un parere puramente personale – era la necessità che la cultura andasse per la sua strada naturale, senza più condizionamenti sociali o religiosi.
sabato 11 giugno 2011
Trentino Book Festival, inaugurate le mostre
Già aperte ai visitatori due delle tre esposizioni ospitate dalla manifestazione

Prosegue il cammino verso il giorno dell’inaugurazione (venerdì 17 giugno 2011) per il Trentino Book Festival , festa del libro e della letteratura madre di tutte le culture, in un’articolata offerta che apre a diverse espressioni artistiche (musica, pittura) e ad una riflessione sulle potenzialità del territorio.
venerdì 10 giugno 2011
Presentazione ufficiale > Trento 9 giugno 2011
“Le nostre vite sono fatte di storie”. E' questo lo slogan del primo Trentino Book Festival in programma a Caldonazzo dal 17 al 19 giugno 2011. Vuole essere qualcosa in più di un festival letterario ma un luogo dove scrittori, filosofi, giornalisti, poeti, artisti conquistano un palco ideale dove non esistono differenze di ruolo o di potere editoriale, ma dove risuonano parole e storie. Il 9 giugno, nella sede della Provincia, in piazza Dante, la presentazione con Franco Panizza, assessore provinciale alla cultura; Giorgio Schmidt, sindaco di Caldonazzo; Pino Loperfido, ideatore e direttore artistico della manifestazione; Massimo Oss, dell'Apt Valsugana; Patrizia Montermini, vicepresidente della Cassa Rurale di Caldonazzo.
venerdì 3 giugno 2011
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