lunedì 13 giugno 2011

Andrea Castelli: "So benissimo dov’è il Teatro!"

di Valeria Gasperi

Versatile, brillante, trentino fino al midollo, il protagonista di “Castellinaria” sarà con noi nella serata di domenica 19, offrendo una performance commista di letteratura (un reading di alcuni brani scelti dal suo “Scusi, il teatro?”) e musica (a cura del Corpo Bandistico di Caldonazzo). Ma ecco, per ingannare l’attesa, una breve chiacchierata passando attraverso passione e professione, nella sua vita saldate inscindibilmente.

Leggiamo: Andrea Castelli ama variare dal brillante al serio, dal classico al moderno, dal dialetto all’italiano. Sembrerebbe molto impegnativo...
Se lo fai con curiosità e possiedi qualche dote è una sorta di Isola del Tesoro. Certo, io sono stato fortunato: ho un dono e cerco di sfruttarlo con modestia. Dico con modestia perché ho provato -quand’ero più giovane- a montarmi la testa, due o tre volte. Non mi è mai riuscito. Mi veniva da ridere. Allora ho capito che non prendersi troppo sul serio è un altro “regalo” che mamma Natura mi ha fatto e me lo tengo stretto. Tanti, molti, tantissimi ne avrebbero bisogno per vivere bene con se stessi e non rompere le scatole agli altri. (Non so se si capisce, ma sto dispensando perle di saggezza…).

Tra tante, forse la passione per il teatro prevale. Per quello che il palco dà all'attore o per quello che l'attore dà ai suoi spettatori?
Come “forse”? Certo che prevale, purché sia uno strumento, purché diventi un mezzo e non il fine … Se del teatro fai il fine ultimo ti metti nella folta schiera di chi si prende troppo sul serio; invece -secondo me- il teatro dev’essere un mezzo per comunicare, veicolo per andare altrove per metterti in contatto con altri. Il palcoscenico dà la benzina all’attore che passa la sua energia allo spettatore.  Solo così facendo, credo, sei “attore-motore” e hai una funzione importante nella tua comunità, grande o piccola che sia. Se lo fai per sbrodolarti addosso può essere esteticamente bello, ma sei egoista, freddo, non ti concedi, non vali. (Sono sempre più impressionato dal mio stesso acume…).

Ascolteremo brani di "Scusi, il teatro?", figlio - in prevalenza - di un'appassionata esperienza artistica. Vorremmo conoscere il segreto che trasforma l'autobiografia in opera letteraria.
Nel mio caso “opera letteraria” la trovo una parola forte. Non vorrei prendermi troppo sul serio (vedi sopra). Ho trasformato la mia esperienza artistica in una serie di racconti, tanti dei quali in dialetto e, nel libro, spiego il perché di questa scelta che definirei romantica. Dialetto come lingua “altra”, come gioco, come omaggio alla lingua familiare, come esercizio e nello stesso tempo sfida. È molto difficile scrivere bene in dialetto, soprattutto perché il dialetto è una lingua parlata. E non solo da ridere… (eterna e dura lotta per dimostrarlo).

La manifestazione di Caldonazzo fotografa un "territorio" dalle molte premesse / promesse culturali, con l’intento manifesto di promuoverne immagine e risorse. Se questo fosse un punto di partenza, e noi stessimo per metterci in viaggio, quale sarebbe la mèta?
L’ignoto è la mèta di tutti noi, la “non mèta”, l’isola che non c’è… (questa mi piace da morire).