Grande attesa per l’incontro di domenica 19 giugno (ore 20, con Carlo Martinelli) in cui Carmine Abate parlerà dei suoi libri più recenti,
Vivere per addizione e altri viaggi (racconti, Mondadori 2010) e
Terre di andata (poesie e proesie, Il Maestrale 2011). Un avvincente percorso di bruciante attualità, scandito da viaggi (e terre) di andata e di ritorno, nella memoria e nel presente. E tra la nostalgia di chi parte e quella di chi resta, la difficile ricerca dell'identità. Infine la comprensione che emigrare non è solo strappo, ferita, ma è soprattutto ricchezza. Che non è inevitabile sentirsi lacerati tra due o più mondi. Che si può vivere, consapevolmente, per addizione.
Scrittore plurale (arbëresh calabrese italiano tedesco-germanese trentino), Abate manifesta in questi testi le tappe di un concretissimo viaggio su e giù per l’Europa e di un viaggio della mente e del cuore dentro una non meno tangibile e quotidiana esperienza multiculturale. È un procedere sostenuto, trascinante col suo ritmo da treno in corsa, lungo gli anni e i luoghi di una storia di emigrazione da cui nasce una poesia di appartenenze-distanze, di nostalgie cercate e respinte, di incontri-scontri. Aggirato il monolite identitario, evitati il cosmopolitismo di maniera e la facile sublimazione del meticciato, la parola va a esplorare la faglia dove risiede la problematicità del vissuto migrante. La parola, per i sentieri salvifici che ogni poesia tenta, trova esito in potenti figurazioni simboliche e, spesso armata di ironia e autoironia, si distende in vere e proprie narrazioni (il diario, l’aneddoto, la favola, la lettera, il racconto surreale). Da qui anche una fisionomia stilistica frontaliera, apertamente formalizzata in quelle che l’autore chiama «proesie», ma camuffata con mutue contaminazioni di prosa e poesia, in gradazioni varie. Così la parola, frequentando irriducibili complessità, anch’essa mai stabile, finisce per giocare con la differenza delle lingue, diviene parola rapportata, smontata, sfigurata, ri-significata. Eppure la pronuncia soggettiva attraversa qui un’altra grande frontiera, parte dall’io per arrivare a un noi che parla a ogni uomo, perché, aldilà di reali vite sradicate, la vita di tutti noi si gioca fra i poli dell’errare e del dimorare. Abate sa restituire tutta la dimensione di questa condizione dell’esistere e, infine, dà una patria all’anima nomade: l’amore per una donna cui è dedicata l’ultima sezione della raccolta; l’estremo, aperto confine delle «terre d’andata».